L'intervista

Paola Racca racconta Valerio Negrini, l’anima nascosta dietro i successi dei Pooh

Nico Aurora

Stasera a Trani la presentazione del libro tra amore, musica e visioni senza tempo

«Se non fosse stato Valerio ad avere la folle idea di mettere insieme quegli squinternati bolognesi, nel 1965, non saremmo qui a parlare dei Pooh». Paola Racca non usa mezzi termini quando si tratta di restituire al marito il posto che gli spetta nella storia della musica italiana. Moglie, testimone e, per sua stessa ammissione, ispiratrice silenziosa di molte delle canzoni più amate degli ultimi sessant’anni, Paola è a Trani per presentare questa sera alle 18 allo Sporting Club, in via Astor Piazzolla (ingresso libero) il suo libro, «Valerio Negrini attraverso i miei occhi» (276 pagine), edito da Bookness.

Valerio Negrini se ne andò nel 2013. Fondatore del gruppo, primo batterista e soprattutto paroliere, il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Roby Facchinetti, in un sodalizio creativo che Paola non esita a collocare sullo stesso piano del celebre binomio Battisti-Mogol. «Tutti i più grandi successi dei Pooh sono opera di Facchinetti e Negrini. E i testi parlano da soli», dice, con la semplicità di chi è abituata a guardare le cose in faccia.

Il parallelo con il pro rock affiora spontaneo: c’è qualcosa del visionario, nel Negrini degli esordi, che richiama la figura di Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd poi allontanato dalla band. «Valerio aveva una visione che era avanti coi tempi. E questo ha giocato a volte contro di lui e a volte a suo favore. Alla lunga, però, la sua visione della musica italiana si è rivelata vincente».
Quando, agli inizi degli anni Settanta, lasciò la batteria a Stefano D’Orazio, Negrini non si fece da parte del tutto. Lo fece, però, a fatica. «Inizialmente lo visse male - ammette Paola -. Si sentì un po’ tradito, come se i Pooh avessero anteposto la fama all’amicizia. Poi capì, e decise di restare. Mi diceva sempre: “Io senza i Pooh posso lavorare. I Pooh senza di me no“».

E restò, in effetti, fino a ricomparire sul palco sotto mentite spoglie: durante il tour «Il cielo è sempre più blu» del 1992-93, Negrini saliva sul palco prima degli altri in «In Italia si può», senza che quasi nessuno tra il pubblico lo riconoscesse. Un gesto che dice molto della sua autoironia e capacità di stare nel gioco senza bisogno di essere al centro della scena.
C’è un aneddoto, tra quelli che Paola racconta, che più di ogni altro restituisce il metodo creativo di Negrini. «Uomini soli» — premio della critica a Sanremo 1990 — nacque in taxi, su un pezzo di carta chiesto all’autista, nel tragitto di una mezz’ora tra casa e la sede dei Pooh. «Valerio non trovava niente, doveva andare a una riunione e si aspettava già le peggiori parole. Invece, in quel tragitto, scrisse tutto». La prima versione, però, conteneva un verso che i censori del festival imposero di modificare all’ultimo momento: «Perduti nel Corriere della Sera» diventò «perduti nel giornale della sera». Un dettaglio che Negrini non dimenticò mai.

Altrettanto travagliata fu la storia di «Tanta voglia di lei». «Il primo titolo era “La mia croce è lei” -, racconta Paola -. Valerio disse che piuttosto avrebbe preferito morire, ma un suo testo con quel titolo non lo avrebbe mai firmato. Poi ci fu la transitoria “Meno male”, ma anche quello non lo convinceva. Alla fine si alzò e uscì dalla riunione. E quando lo videro andare via, qualcuno propose “Tanta voglia di lei”, e Valerio rientrò. Sui testi era intransigente, capace di litigate furibonde, ma alla fine l’ultima parola ce l’aveva sempre lui. Era gelosissimo delle sue idee. Però ascoltava, eccome».

Paola racconta anche di sé in questo libro: la sua presenza nella vita di Negrini, pur senza che il suo nome comparisse mai in un testo fu determinante. «Da quando ci siamo conosciuti, sono stata la sua ispiratrice. Nel bene e nel male. Persino “L’aquila e il falco”, che parla di morte, mi diceva che l’avevo ispirata io e mia figlia, scherzando, naturalmente».
Nel cassetto, Paola custodisce ancora molti testi inediti di Valerio. Il sogno è farli arrivare a Marco Mengoni o Tiziano Ferro, artisti che Negrini ammirava e per i quali avrebbe voluto scrivere dopo i Pooh. Quanto ai riconoscimenti ufficiali - un premio a Sanremo, per esempio - la strada è ancora lunga, e lei lo sa: «L’ambiente è quello che è. Ma sto lavorando a diversi progetti dedicati a lui. Chissà».

Il riconoscimento che però le ha fatto più piacere in assoluto viene da un professore di liceo che usa i testi di Negrini per avvicinare i ragazzi a certi argomenti. «E ci riesce. Mi arrivano tesi di laurea su Valerio, su quello che ha scritto. Per me questo è il massimo riconoscimento. Così sono convinta che abbia raggiunto l’immortalità, in qualche modo».

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