L'intervista
«Mi Amor», il racconto di Lorenzo Cantarini tra fragilità, identità ritrovata e bisogno di musica
Il cantautore illustra alla Gazzetta il primo album da solista nato dopo la fine dell’esperienza con i Dear Jack e un lungo periodo di smarrimento creativo: «L'amore è l'unica lingua che capiamo tutti senza sottotitoli»
Si intitola Mi Amor il primo album solista di Lorenzo Cantarini (Courage Live / ADA Music – Warner Music Italy), realizzato con il sostegno del MiC e della SIAE nell’ambito del programma «Per Chi Crea». Un titolo che non significa «amore mio», ma «il mio amore», cioè il modo personale e autentico di vivere e sentire le emozioni, per un lavoro che esplora il rapporto dell’artista con la propria interiorità attraverso tre direttrici principali: l’amore romantico, l’amor proprio e il legame con il mare e la natura. Fondamentale per l'ex componente dei Dear Jack è stato il contributo del produttore Emanuele Nazzaro, che ha costruito un suono intimo e caldo, unendo la tradizione del cantautorato italiano a suggestioni internazionali come Bon Iver, Damien Rice e Billie Eilish. «Questo disco è stata una vera conquista, una fatica graduale sempre più entusiasmante: tornare a scrivere dopo anni in cui avevo avuto difficoltà», racconta Cantarini alla «Gazzetta».
Tra l'altro è un lavoro che lascia molto spazio anche alla musica, non solo alle parole.
«Sicuramente c'è un lavoro importante su testi e parole, ma ho cercato di dare molto spazio anche alle parti strumentali. Per me la musica è linguaggio emotivo fondamentale, anche nelle relazioni mi è capitato di vivere situazioni molto coinvolgenti dove c'erano troppe parole e poca musica. È una lingua comunicativa che non ha bisogno di troppe spiegazioni, forse l'unica che parliamo tutti senza bisogno di sottotitoli. E poi il rapporto con la chitarra per me è fondamentale, è sempre con me. Non sono uno che scrive in studio, non mi metto lì come se fosse un compito. La possibilità di avere uno strumento sempre con me è fondamentale per sentirmi collegato con me stesso».
Sente che questo disco le assomiglia?
«Molto. Somiglia alla persona che sono in questo periodo della mia vita. Lo trovo coerente, anche se magari può sembrare fragile per un uomo di 35 anni. È anche uno scatto rispetto a come ho vissuto il periodo con i Dear Jack. È stata un'esperienza importante, abbiamo fatto cose grandi, la fine del gruppo è stata emotivamente faticosa e mi ha fatto smarrire un po' l'identità. Però era importante ritrovare la capacità di ascoltarmi. Questo smarrimento mi ha fatto perdere la capacità di scrivere e anche il desiderio di farlo, ma allo stesso tempo mi ha confermato che ho bisogno di scrivere e suonare ogni giorno della mia vita».
Che strade vorrebbe percorrere con questo lavoro?
«Sono curioso di capire come può risuonare un lavoro che per me è molto personale e che credo di conoscere bene. Vorrei essere capace di accompagnarlo, farlo conoscere e farlo ascoltare, soprattutto voglio portarlo sul palco, anche in maniera molto semplice, chitarra e voce».