L'intervista

«La Nascita»: il viaggio musicale di The Niro fa tappa in Puglia tra introspezione e speranza

Undici tracce tra italiano e inglese, prodotte e suonate interamente dall’artista, per raccontare conflitti personali e collettivi, trasformazioni interiori e la ricerca di autenticità

Si intitola La Nascita l'ultimo album di The Niro, uscito per Esordisco lo scorso novembre, una fotografia del tempo complesso e fragile in cui viviamo, sospesi tra conflitti militari e personali, disillusione e desiderio di speranza. Undici tracce in italiano e in inglese, con continui rimandi linguistici ed emotivi, in cui oltre a suonare tutti gli strumenti si mette alla prova nel ruolo di produttore, dando vita a un suono morbido, raffinato, costruito attorno alla sua voce inconfondibile. The Niro (vero nome Davide Combusti) sarà in Puglia per due appuntamenti, stasera, 13 febbraio, al Jungle di Nardò (Lecce) e domani, sabato 14 febbraio, al Nervegna Caffè Letterario di Brindisi.

Il titolo La Nascita suggerisce un inizio, ma anche una trasformazione. Cosa c’è dietro questa scelta?
 
«La Nascita nasce da un viaggio che ho compiuto a ritroso dentro di me nel quasi romantico tentativo di azzerare tutto e rivivere, con uno sguardo più sincero e profondo, ciò che sono stato e ciò che posso diventare. È un tentativo di fare pace con alcune scelte per ritrovare un senso di esistenza più autentico».
 
Nel disco convivono italiano e inglese: come si comportano le due diverse lingue nei confronti del testo e che differenze nota tra il cantare nell’una e nell’altra?
 
«Per me non è stata una scelta linguistica fredda, ma emotiva: ogni canzone ha chiesto la lingua che meglio potesse raccontare il suo mondo. L’inglese mi ha permesso di lavorare su immagini e sensazioni con una certa elasticità, spesso più legata alla musicalità pura. L’italiano, invece, mi ha posto davanti alla concretezza delle parole e dei significati. In quanto per la prima volta produttore artistico unico di un mio disco, mi sono concesso questa libertà».
 
Infatti ha prodotto lei stesso l’album e suonato tutti gli strumenti: è stato più liberatorio o faticoso rinunciare a uno sguardo esterno?
 
«È stato entrambe le cose. Liberatorio perché ho potuto seguire ogni dettaglio del suono e delle dinamiche emotive come sentivo fosse giusto per me. Ma anche faticoso, perché non avere un confronto esterno significa dover essere il proprio giudice più severo — e spesso l’artista è anche il suo più grande critico. Tuttavia sentivo che questo disco dovesse nascere da una solitudine creativa, senza compromessi».
 
Le canzoni parlano di conflitti personali e collettivi: quanto il presente storico entra nel suo modo di scrivere, e quanto invece cerca di difendere uno spazio intimo?
 
«Non penso di scrivere canzoni sul presente in senso giornalistico, ma è inevitabile che il tempo in cui viviamo entri nelle parole. Le nostre paure, le distanze tra noi e gli altri, le incertezze del mondo — tutto questo hqa un certo perso sulla scrittura, e me ne rendo conto sempre alla fine del percorso creativo».
 
Tra musica, illustrazione e cinema, ha molti linguaggi espressivi: qual è quello in cui oggi si sente più «a casa»?
 
«La musica resta il mio linguaggio primario — è quello con cui ho iniziato il mio percorso, e dove mi sento più radicato. Allo stesso tempo, l’illustrazione e il cinema mi permettono di esplorare aspetti nuovi, che poi vanno ad arricchire lo stesso bagaglio musicale. Non sono compartimenti stagni, ma spesso viaggiano paralleli, come la prossima mostra di disegni, musica e racconti, “The Corpi”, sulla quale sto lavorando e che vedrà la luce in primavera».
 
Porta La Nascita in tour in piccoli club e spazi intimi: che tipo di relazione cerca con chi viene ad ascoltarla dal vivo?
 
«Quando suono in spazi più piccoli mi interessa creare un dialogo vero con chi ascolta — un ascolto attento, non solo un pubblico che applaude. È un modo per condividere gli stati d’animo; per sentirsi meno soli».
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