L'intervista
Da Bari il paradiso «imperfetto» dei Dirty Heavens: «Drive», esordio rock tra grunge, hard anni ’80 ed emozioni
Esce il 13 febbraio: un viaggio sonoro e umano tra euforia e disperazione, influenze che vanno da Nirvana a Guns N’ Roses e una scrittura che nasce dalla verità e dall’esperienza personale
Esce il 13 febbraio «Drive», l'album d’esordio autoprodotto dei baresi Dirty Heavens: un disco che affonda le radici nel rock degli anni Novanta e dei primi Duemila, trasformando influenze diverse in un suono compatto, riconoscibile e profondamente emotivo. Capitanati da Lucrezia «Dirty Hell» Lamacchia alla voce e chitarra ritmica, con Chris Salerno alla chitarra solista e la sezione ritmica composta da Alessio Virno al basso e Angelo Porcelli alla batteria, i Dirty Heavens scolpiscono un sound ruvido, viscerale e carico di emozione. Pur muovendosi tra riferimenti dichiarati — Guns N’ Roses, Nirvana, Led Zeppelin, Metallica, Halestorm, Mötley Crüe, Foo Fighters e Black Sabbath — trovano un equilibrio personale, costruendo questo rock classico che guarda soprattutto agli anni Novanta e ai primi Duemila. Lucrezia ha risposto alle domande della Gazzetta per raccontare qualcosa in più sul progetto.
Perché avete scelto di chiamarvi così e quanto questo nome rappresenta l’identità della band?
«L'idea del progetto nasce nel 2017, quando io e Chris ci siamo conosciuti, anzi riconosciuti in quello che volevamo creare. Il nome è arrivato molto dopo. Sin da bambina sentivo queste parole nella mente, ma non riuscivo a capire quali fossero, sapevo solo che c'era una parola corta con una R... poi nel 2023 ho pensato a Dirty Heavens, che ha un doppio significato: quando l'obiettivo è “il paradiso” (inteso come qualcosa di perfetto da voler raggiungere) si tende a non rendersi conto di come ci si arriverà, perchè il viaggio che ci porta fin lì ci rende sporchi e doloranti, e come potremo godere di questa perfezione in quelle condizioni? Sarà davvero quindi così perfetto come si era immaginato? Il “paradiso” nel suo senso di pace e perfezione assoluta non esiste, ci sarà sempre qualcosa che lo sporca, dato anche dal modo in cui ci si arriva dopo un lungo percorso. Eliminata l'aspettativa del “paradiso”, ci accorgiamo che quello che viviamo ogni giorno è ugualmente paradisiaco, seppur sporco. Il paradiso, la perfezione, la gioia, i nostri obiettivi, sono sempre davanti a noi, ma siamo troppo concentrati a cercare qualcosa di “più” per accorgercene. Quando in realtà basta fermarsi e guardarsi intorno e godere della bellezza del presente».
Drive racconta un viaggio tra euforia e disperazione: quanto della vostra esperienza personale si riflette nei testi e nelle melodie?
«In questo album il 100%. So che non è molto cool, e sarebbe più interessante creare un alone di mistero, ma non è così. Quest'album ci rappresenta e racconta tutto quello che abbiamo provato negli ultimi 10 anni circa. Probabilmente il testo di Gave my life for rock'n'roll rappresenta l'inizio di tutto, e If I did it la fine, o meglio il compimento. Queste canzoni si sono scritte da sole, e il bisogno di farle venir fuori significava dare una forma alle emozioni che stavamo provando, sono la spalla di cui avremmo avuto bisogno durante il nostro cammino, il nostro bastone, che abbiamo dovuto creare».
Quali sono state le sfide maggiori nel creare un sound che unisse il grunge e l’hard rock anni ’80 con le influenze del pop-rock dei primi Duemila?
«Sicuramente trovare le giuste persone con cui condividere questo progetto. I generi non sono mai stati un limite, ma solo un aggettivo. Ciò che caratterizza il nostro sound penso sia la naturalezza, non abbiamo mai fatto nulla perchè dovesse essere in un certo modo, è semplicemente venuto fuori così. Trovare altri membri per questo progetto invece è stato davvero la cosa più difficile di quest'esperienza, perchè devono essere persone che ti posso capire a livello musicale, ma anche a livello umano, e poi devono avere la stessa voglia di fare le cose in un certo modo, ad ogni costo, e così nel setaccio non resta davvero quasi più nulla. Ma con determinazione... alla fine abbiamo trovato Alessio Virno e Angelo Porcelli, che hanno chiuso il puzzle e creato quest'immagine meravigliosa insieme a noi!»
Ogni brano di Drive è descritto come un “frammento di vetro infranto”: come avete lavorato per far sì che questi frammenti componessero un quadro coerente e potente?
«Non c'è stata quest'intenzione, è stato naturale. Quando parli della verità non ti puoi mai sbagliare, e c'è sempre un filo logico tra le cose che fai. Quando non ti nascondi dietro una moda, dietro le richieste di qualcun'altro o dietro lo sforzo di essere qualcosa che non si è... tutto prende forma. L'album inconsapevolmente descrive diversi momenti (temporali ed emotivi), che abbiamo attraversato in questi anni ma è accomunato da quello che siamo, ovvero persone che non si sono sapute arrendere. Penso che la verità sia sempre la chiave, rende la vita più facile, nonostante tutte le altre difficoltà».
Tra Guns N’ Roses, Nirvana, Led Zeppelin e Foo Fighters, quali artisti hanno avuto un impatto più diretto sulla sua voce e sul suo approccio alla chitarra?
«Sicuramente per me Taylor Momsen, Lzzy Hale e Ronnie James Dio sono stati i più influenti sulla mia voce, hanno lasciato delle impronte che non ho potuto fare altro che seguire. Per la chitarra invece, tra le mie radici ci sono Zakk Wylde e James Hetfield. Per quanto riguarda Chris, ha iniziato a suonare grazie ai riff dei Led Zeppelin, poi ha scoperto i Guns’n’Roses. Jimmy Page è la sua ispirazione per la scrittura, e Slash per il suono».
Quanto è importante per voi il contatto emotivo con chi ascolta, e come cercate di trasmettere le vostre emozioni dal palco alle persone?
«È fondamentale. Queste canzoni sono pensate per essere di supporto a noi, e a chiunque le ascolti. C’è un certo tipo di magia nel vedere la gente provare qualcosa insieme a te mentre suoni per loro. Come ho detto, parte tutto dalla verità, è l’unico modo per trasmettere un’emozione. L’energia che si crea durante un concerto è il carburante che ci la forza di andare avanti e affrontare tutto».
Guardando al futuro, quali orizzonti musicali o sperimentazioni vorreste esplorare con i Dirty Heavens dopo Drive?
«Mi piacerebbe fare qualcosa di più intimo, con degli archi e riprendere il pianoforte, sarebbe interessante mantenere la stessa carica emotiva con dei suoni diversi. Abbiamo già in cantiere qualcosa di nuovo, ma non sarà mai troppo distante da ciò che siamo: sempre sporco, sempre grande, e sempre potente!»