L'intervista
«CAOS CAOS CAOS»: Sciclitano e il rap che diventa presa di posizione
Decostruire per costruire, bruciare per rifondare: tra urban, politica e flusso di coscienza, la voce di una generazione dimenticata
È uscito oggi, 23 gennaio, «CAOS CAOS CAOS», nuovo singolo di Sciclitano, nome d’arte di Andrea Acciai, pubblicato da Honiro Label. Una dichiarazione d’intenti: decostruire per costruire, bruciare per rifondare. Un brano che nasce come flusso di coscienza, ma si struttura come banger urban, teso e diretto, attraversato da immagini di massa, stadi, appartenenze collettive, colori di maglie che diventano l’unica fede possibile in tempo di disgregazione. Classe 2003, romano di origini siciliane (di Scicli), Sciclitano si muove da tempo lungo il confine tra cantautorato e urban, e il disco d’esordio «Santi e Chiese» (2025) è stato accolto con attenzione dalla critica e dal pubblico. «CAOS CAOS CAOS» segna invece l’inizio di una nuova fase, più radicale.
Sciclitano, cosa significa per lei «decostruire per costruire» e come questo concetto si riflette nella sua musica?
«La decostruzione è un processo necessario in tutte le epoche storiche, soprattutto per la nostra generazione di ventenni totalmente trascurata dalla classe politica degli ultimi anni. Non c’è interesse per il nostro futuro ed è un Paese che continua a seguire logiche che premiano ciò che bisogna combattere. Quello che ci insegnano, che di base è sbagliato, in Italia funziona. Ci dicono che dobbiamo comportarci bene, dobbiamo seguire le regole, ma sono loro che le hanno scritte per poterle derogare. Sì, possiamo definirlo un manifesto generazionale come odio per i politici che ci hanno messo in questa condizione e la generazione dei nostri genitori che hanno vissuto in un’epoca ricca di opportunità e orizzonti che noi non possiamo certo dire di avere. Questo è il centro del dibattito politico».
Qual è stata la spinta che l'ha ispirata per questo singolo, un flusso di coscienza trasformato in melodia?
«Il flusso di coscienza è proprio mosso da questa ipocrisia. Come ogni mio brano, c’è una scrittura di getto in cui sicuramente traspare frustrazione da parte mia, come dalla parte di tanti; e anche qui la distruzione è fondamentale nella creazione di un nuovo ordine. Il mondo è nelle nostre mani, nelle mani della nostra generazione. Non siamo più disposti ad accettare lezioni o paternalismi da parte dei più grandi, che ci hanno messo nella condizione di essere dimenticati e abbandonati a noi stessi. È necessaria una vera e propria rivoluzione».
Dal cantautorato ascoltato da bambino al rap di oggi: come questi mondi diversi convivono e si contaminano nel percorso musicale?suo
«Il cantautorato è stato fondamentale in tutta la mia crescita, essendo cresciuto in una famiglia "molto italiana" in termini di gusto e attitudine. In generale credo che sia una delle migliori rappresentazioni di musica autonoma, indipendente, di pensatori rilevanti, che hanno espresso con parole semplici e talvolta meravigliose concetti incredibili, e che possono spaziare dall’amore alla critica politica e alla banale rappresentazione della realtà. Credo che il rap sia strettamente correlato al cantautorato. Infatti, noi rapper siamo i nuovi cantautori e in parte l’eredità del nuovo cantautorato; gli unici che pensano quello che scrivono e scrivono quello che pensano, a differenza dei cantanti pop che si fanno scrivere le canzoni».
In un’epoca dominata dal digitale, come pensa che il messaggio di «CAOS CAOS CAOS» possa entrare in contatto con un pubblico più ampio e far riflettere chi la ascolta?
«Purtroppo nella nostra epoca ciò che accade è che ogni emozione, negativa o positiva che sia, viene anestetizzata e inghiottita dal "tutto e subito", dai reel e dal vivere tutto il più velocemente possibile. Ciò che cerco di mandare è il mio messaggio: la frustrazione verso il disinteresse in generale. Per fortuna siamo noi che dobbiamo prenderci le redini di tutto e lottare finché le nostre istanze e le nostre rivendicazioni vengano messe in pratica. Siamo noi ventenni che dobbiamo lottare per riscrivere i nostri giorni».
Le sue radici familiari vengono dalla Sicilia: in qualche modo il Sud e la sua cultura hanno influenzato la sua musica e il suo modo di raccontare il mondo?
«La mia famiglia, originaria di Scicli, è emigrata in Libia e ci è rimasta fino alla cacciata di Gheddafi del 1970. L’influenza l’ho vissuta molto in ambito familiare, in termini di abitudini e in ambito culinario, ma non mi sento in diritto di parlare a nome di una città in cui non ho vissuto, anche se il mio nome d’arte, nato da complicate vicende familiari, la celebra».
Oggi le classifiche sono dominate dalle atmosfere urban e rap: dei suoi colleghi attualmente in attività c'è qualcuno che le piace particolarmente o con cui vorrebbe collaborare?
«Di quelli che stanno spaccando direi 18K, che dice ciò che si sente di dire, anche cose scomode. In generale il rap italiano, per quanto sia saturo, è in un’ottima fase e mi piacerebbe collaborare con diverse persone. Ma, se dovessi rintracciare una figura in particolare, mi piacerebbe lavorare con lui».