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I puristi della musica siano più morbidi

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Il rapporto fra la tradizione e l’innovazione o, meglio ancora, della tradizione con le sue possibili rivivificazioni accompagna da lunghissimo tempo le vicende del mondo della musica

13 Settembre 2022

Ugo Sbisà

Il rapporto fra la tradizione e l’innovazione o, meglio ancora, della tradizione con le sue possibili rivivificazioni accompagna da lunghissimo tempo le vicende del mondo della musica e, in particolar modo, quel novero di linguaggi appartenenti alle cosiddette musiche popolari o «altre» (concedeteci di rifiutare una volta per tutte il discriminatorio aggettivo di «extracolte») oggetto di un’eredità trasmessa oralmente anche per secoli prima di approdare a una forma scritta.

Più specificamente, i presunti custodi della tradizione popolare guardano a quest’ultima come a un patrimonio da preservare in purezza, evitando accuratamente ogni genere di contaminazione che ne possa corrompere la genuinità. Qualcosa di simile accade puntualmente in occasione della Notte della Taranta che, pur avendo abbandonato certe intriganti arditezze creative delle sue prime edizioni (quelle, per intenderci, che videro protagonisti fra i tanti Joe Zawinul, Stewart Copeland, ma anche Ivan Fedele) in favore di una deriva più pop, continua a coniugare l’antica tradizione della Terra del rimorso con le sonorità della contemporaneità, col risultato di consegnare alle nuove generazioni la conoscenza di linguaggi che diversamente rischierebbero di essere archiviati in qualche polverosa soffitta della memoria.

Ma l’operazione, appunto, è da qualche tempo oggetto di speculazioni – in verità non sempre di natura etnomusicologica – volte a contestare la validità di una simile operazione. In realtà, a ben vedere, si può dire che la Puglia rappresenti da lungo tempo un esempio virtuoso di vivificazione della tradizione, perché se la pizzica salentina è ormai approdata alla dimensione di una notorietà internazionale, anche la nostra musica bandistica, col suo repertorio di marce funebri e di riduzioni operistiche, si è giovata più volte di una ribalta europea grazie alla caparbia operazione con cui Pino Minafra - prima dello «strappo» che ha messo fine alla sua guida del Talos Festival – ha realizzato il progetto «La Banda» portandolo tanto nella sala dei Berliner Philharmoniker, quanto nella londinese Queen Elizabeth Hall e persino al festival di Donaueschingen, da sempre roccaforte delle avanguardie accademiche del Vecchio Continente. Nel caso de «La Banda», in verità, l’operazione aveva dei connotati diversi da quelli della pizzica, perché accostava le partiture del passato ad altre composte appositamente da autori dell’ambito creativo, ma l’idea alla base del progetto non era assolutamente diversa: rendere viva e soprattutto nota una musica che sembrava destinata all’oblio.

Tornando ai mugugni dei «puristi» – che anche nel mondo del jazz non sono mai mancati – va detto allora che sono tanto immancabili quanto spesso dimentichi del significato della parola tradizione, la cui radice, com’è noto, deriva dal verbo latino tràdere (trasmettere, consegnare) esattamente come la parola tradimento. E questo dovrebbe indurre a riflettere, perché quando ci si lamenta di una tradizione… tradita, in realtà non si fa altro che sottolinearne la rispondenza alla sua natura più autentica.

Infatti, chiunque pensi che, in secoli di trasmissione orale, le musiche popolari siano rimaste immutate come se fossero state scolpite sulle tavole della legge, è completamente fuori strada. Verosimilmente, ogni passaggio generazionale che ha condotto quelle musiche fino a noi, le ha sottoposte a una serie di modifiche più o meno volontarie che le hanno inevitabilmente trasformate, cosicché – al di là dei giochi di parole - si può arrivare ad affermare che ogniqualvolta una tradizione viene consegnata a una nuova generazione, porti in sé la somma di tutti i «tradimenti» subiti dalle generazioni precedenti.

E che se è giusto affidare agli studiosi il compito di risalire alle radici per comprenderne i processi evolutivi, pretendere di fermare questo processo cristallizzandolo a quella che si ritiene essere la presunta forma pura, equivale a sterilizzare una pianta ancora in grado di produrre numerosi frutti.

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