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Viva l'ascolto! Perché ostinarsi a filmare?

Viva l'ascolto! Perché ostinarsi a filmare?

Focalizzarci senza distrazioni su un brano, restare concentrati, godere della bellezza. In fondo basta poco

09 Agosto 2022

Emanuele Arciuli

Alzi la mano chi non ha, almeno una volta nella vita, girato un breve video col telefonino, durante un concerto. Se la pratica è parecchio complicata nei teatri, che chiedono di spegnere i cellulari, d’estate e all’aperto non c’è prescrizione che tenga, i telefonini impazzano; così, se guardiamo il pubblico, vediamo invariabilmente decine di braccia alzate con tanto di smartphone d’ordinanza: tutti protesi a rubare brandelli di musica e immortalare il momento.
Che sia Jovanotti o Muti, cambia poco: si deve fare il video. E poi condividerlo sul web.
Che l’ascolto sia cambiato, negli ultimi vent’anni, è persino un’ovvietà. Ma che le novità portino automaticamente un progresso, un po’ come avviene nella tecnologia, è falso. Credo anzi che la qualità dell’ascolto, almeno per la musica non di puro intrattenimento, sia complessivamente peggiorata. Innanzitutto perché siamo sempre meno abituati a rimanere concentrati su una cosa sola, siamo diventati – per usare un anglismo – multitasking ma un po’ superficiali.
La prospettiva di focalizzarci, senza altre distrazioni, su un brano di musica che dura mezz’ora (è il caso di una Sinfonia di Beethoven, o di un concerto per pianoforte e orchestra di Mozart), è ardua, e trascorrere tutto quel tempo senza digitare compulsivamente sul telefonino, senza controllare se ci siano arrivati dei messaggi whatsapp, senza condividere le nostre «emozioni» (termine tanto più inflazionato quanto più si assiste, invece, a un raggelamento della temperatura emotiva e a un deterioramento della qualità delle suddette emozioni), sembra un sacrificio enorme.
Soprattutto, non siamo più abituati a concentrarci per lunghi tratti, forse perché ciò che ci viene proposto, oggi, dal mondo del web, dura il tempo di un Reel, cioè di quei filmati che hanno il potere di ipnotizzarci per pochi secondi, seguiti da altri pochi secondi di nulla. È incredibile come ci si arrenda, docilmente, a questo susseguirsi di cose di cui non ci interessa un bel niente, totalmente insignificanti, ma che misteriosamente osserviamo, rapiti; la processione dei cinghiali a Roma, e poi il puma che insegue un turista, e i coccodrilli che attaccano un motoscafo e la ragazzina che parla in corsivö, e i cuochi che ballano e il tipo che chiede ai proprietari di automobili di lusso come le abbiano pagate, e così, all’infinito.
Il tutto dura dai cinque ai venti secondi, seguiti da altri frames analoghi. Nulla di articolato; e invece un quartetto di Schubert, se non riusciamo a entrare nelle segrete stanze di cui si compone, se non abbiamo la pazienza di ricostruire, attraverso la nostra memoria, il procedere lento del suo pensiero, rischia di apparire un non senso, per giunta noiosissimo. L’ascolto della musica – almeno della musica classica – è un’esperienza interiorizzata, nella quale la memoria gioca un ruolo chiave, perché solo la memoria ci consente di riconoscere e dare una forma a una composizione che si dipana in un lungo arco temporale.
Oggi memoria e interiorizzazione sono concetti desueti. Per memoria si intende solo quella dell’hard disk, che si misura in giga o tetrabite; quanto all’interiorizzazione, non è che viva il suo periodo più sontuoso, se possiamo rinunciarvi così facilmente, preferendo trasformarla in storie di Instagram. Inoltre la memoria di un concerto, quella meravigliosa sensazione che ci ha suscitato, e che appartiene a noi e solo a noi, si banalizza diventando un video da condividere. Solo che per gli altri il nostro video, la nostra esperienza, valgono quanto il Reel di instagram: nulla, o il tempo di un like.

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