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Gli applausi stonati alla musica classica

Gli applausi stonati alla musica classica

26 Luglio 2022

Emanuele Arciuli

Avrei voluto dedicare il mio contributo a un tema differente, che non anticipo perché sarà oggetto del prossimo articolo. In questi giorni, al Teatro Petruzzelli, ho ascoltato un meraviglioso concerto di Riccardo Muti alla guida della «sua» Orchestra Cherubini. Non è del concerto, tuttavia, che voglio parlare; ma degli applausi, e – come dire – della fenomenologia dell’applauso in Italia.

Il programma cominciava con la Sinfonia in Do di Bizet, in quattro movimenti; alla fine del primo e del terzo movimento è partito un applauso, durato qualche secondo, con le inevitabili reazioni dell’altra parte del pubblico (quello che era restato silente), che andavano da sguardi di commiserazione al classico e un po’ scandalizzato invito a tacere («sssssssttttt!»).

Chi frequenta i concerti, in Italia, sa che più o meno ad ogni latitudine è possibile che tra un movimento e l’altro di una composizione parta un applauso.

E, in effetti, non è una buona idea, perché spezza l’incanto (se c’è), la tensione espressiva e, in qualche caso, anche la concentrazione dell’esecutore. Ma il problema che pongo non è una questione di etichetta, di cosa si debba fare, un po’ come quando si insegna ad apparecchiare («mi raccomando, il tovagliolo a sinistra!») o a stare a tavola. È invece una questione di comprensione del linguaggio.

Esistono vari tipi di applauso, infatti: quello entusiasta e grato, che saluta la fine di un’esecuzione e che, nel caso di concerti particolarmente riusciti o di brani di grande impatto espressivo, può diventare ovazione. E lì, quand’anche l’applauso partisse «a scena aperta», sarebbe un’intemperanza, ma tutto sommato accettabile, e certamente meno fastidiosa di un telefonino che squilla. Ma poi c’è l’applauso imbarazzato, di chi ritiene che – quando la musica si tace – si debbano automaticamente battere le mani: se c’è silenzio, vuol dire che il pezzo è finito, no? Una volta mi è capitato, per capirci, che durante un’esecuzione della Nona di Beethoven, su un accordo sospeso, chiaramente non conclusivo, e che anzi invocava una risoluzione, sia partito l’applauso.

Un po’, per intenderci, come se un presentatore televisivo dicesse «Ecco a voi, signore e signori...» e giù l’applauso senza sapere di chi si stia parlando. Non c’è bisogno di aver studiato la musica per capire che certi accordi, di cui magari non si conosce il nome tecnico, non sono conclusivi. L’accordo di settima di dominante è come una preposizione che esprime un moto a luogo: il luogo non si può omettere! E questo lo si «sente» pure se non si conosce il nome delle note. Ma il fatto è che, anche a causa di una diffusa pessima educazione musicale, molte persone – compresi alcuni frequentatori di concerti – non hanno un rapporto naturale con la musica, specie classica, e provano una sorta di timore reverenziale che inibisce i sensori del linguaggio.

Di fatto così non ci si gode il concerto, ed è un peccato. Perché non capire che un pezzo non è ancora finito, spesso – non sempre – significa non afferrare che cosa ti stesse dicendo, quel pezzo. Rispetto all’applauso fuori luogo ce n’è un altro ancora più temibile: quello di chi vuol far sapere a tutti di essere «competente», e si impegna con tutte le sue forze a battere il record mondiale di applauso più veloce; che in alcuni casi (pensiamo a certe Sinfonie di Mahler o al finale della Sonata op.111 di Beethoven) uccide, letteralmente, la magia e la spiritualità della musica. Lì un lungo, sospeso e commosso silenzio, prima dell’applauso, non è buona creanza, ma pura necessità.

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