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Quando il jazz fu messo al bando dal regime

Quando il jazz fu messo al bando dal regime

Da «Tiger Rag» a «Il ruggito della tigre»: l’esperienza di Mike Ortuso, originario di Monte Sant’Angelo

21 Giugno 2022

Ugo Sbisà

L’amico Giuseppe Petruzzelli, instancabile animatore della pagina Facebook «Bari in foto e cartolina», ha pubblicato qualche tempo fa una cartolina datata 30 giugno 1931 con la quale il sassofonista e polistrumentista barese Giovanni Delle Foglie, residente in via Ragusa 44, richiedeva la partitura di «Ah, quel Far West!» alla Casa Musicale Mauro di Roma. La cartolina – realizzata con evidenti fini autopromozionali - riproduceva a margine una immagine dello stesso Delle Foglie con un sassofono contralto, ma a destare la mia curiosità è stata l’intestazione «Delle Foglie – Concert Jazz, Bari». In tutta sincerità, qualche ricerca – nella quale ho coinvolto anche il pianista Livio Minafra, attento riscopritore di musicisti del passato – non ha prodotto grandi risultati, sebbene sia interessante notare come anche a Bari, all’inizio degli Anni ‘30, vi fossero musicisti che, a vario titolo, si muovessero nell’orbita del jazz o almeno di quello che come tale veniva presentato, prima che la becera censura fascista obbligasse tutti a ribattezzarlo come «sincopato».

E tuttavia, la cosa non è così sorprendente se si considera che, già prima di quell’epoca, la Puglia aveva dato i natali a dei musicisti entrati di buon diritto negli annali del jazz italiano. Il caso forse più eclatante è quello di Michele «Mike» Ortuso (1908-1981), un banjoista originario di Monte Sant’Angelo che aveva conosciuto il jazz direttamente negli Stati Uniti, dove la sua famiglia era emigrata in cerca di fortuna. Cresciuto negli States, Ortuso aveva ascoltato dal vivo persino la leggendaria Original Dixieland Jazz Band e successivamente aveva suonato anche in una delle formazioni di Paul Witheman, detto «the King of Jazz», e di Isham Jones, stringendo amicizia con numerosi jazzisti italoamericani quali ad esempio Mike Pingitore, Frank Signorelli e poi anche Phil Napoleon.

Tutto ciò, per inciso, accadeva quando Ortuso era poco più che adolescente – come del resto la maggior parte dei protagonisti del jazz degli albori – dal momento che nel 1923, appena quindicenne, lo ritroviamo nella natìa Monte Sant’Angelo e un anno più tardi a Roma, dove esordì alla Casina delle Rose di Villa Borghese. A quanto pare, per riuscire a lavorare, Ortuso era stato costretto a spacciarsi per americano, facendo tesoro anche di quanto aveva imparato negli States. E a indirizzarlo alla Casina della Rose era stato un commerciante romano di strumenti musicali che, vedendolo per strada con un raro, fiammante banjo Paramount sotto braccio, lo aveva fermato per chiedergli dove mai lo avesse… rubato! Gli Anni ‘20 furono per Ortuso un decennio intenso che lo vide affermarsi con un proprio quartetto persino a Berlino e a Monaco di Baviera, prima di trasferirsi a Milano per suonare jazz con l’Orchestra Columbia.

Successivamente, in seguito a personali vicissitudini, Ortuso fece ritorno in Germania per suonare con l’Orchestra Shackmeister, ma alla promulgazione delle leggi razziali la formazione – che annoverava numerosi musicisti ebrei – si dissolse. Fu così che Ortuso fece ritorno in Italia dove nel 1937 venne assunto nell’orchestra dell’Eiar, diretta dal leggendario Cinico Angelini. E un anno più tardi incise una apprezzatissima versione del celeberrimo Tiger Rag – cavallo di battaglia di Nick La Rocca e della sua Original Dixieland Jazz Band – titolandolo però Il ruggito della tigre, dal momento che il fascismo aveva messo al bando il jazz e le canzoni americane.

La sua attività proseguì anche quando, dopo la guerra, l’Eiar si trasformò in Rai: con l’orchestra dell’emittente radiotelevisiva pubblica Ortuso prese parte a diverse edizioni del Festival di Sanremo, fino a quando, nel 1968, decise di ritirarsi dalle scene. Peraltro Mike – cui il comune di Monte Sant’Angelo ha dedicato una via - non fu l’unico Ortuso a dedicarsi al jazz, dal momento che anche suo fratello Matteo, di cinque anni più giovane e nato negli States a Worcester, nel Massachussets, fu un apprezzato sassofonista e clarinettista molto attivo in Italia e nel resto d’Europa persino al fianco di personaggi quali Coleman Hawkins e Josephine Baker, prima di concludere la propria carriera nell’orchestra dell’Eiar.

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