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IL COMMENTO

Nel calcio manca la poesia delle... note

Nel calcio  manca la poesia delle... note

Diego Armando Maradona

Ormai tutto pare a corto di fantasia, forse più spento. Nel bis di Martha Argerich invece resta il mistero del talento

14 Giugno 2022

Emanuele Arciuli

Il mio primo ricordo di una partita di calcio risale al '71. Non avevo ancora sei anni, e con mio padre andai a vedere Bari-Cesena allo stadio Della Vittoria. Finì 1 a 1, e poco dopo, con il primo album di figurine Panini, cominciò la mia passione per il calcio «parlato». Sì, perché a dirla tutta, a giocare non è che fossi Leo Messi, ma conoscevo a memoria le formazioni di tutte le squadre italiane. Non una grande consolazione, ma tant’è.

Ancora oggi – a parte un dichiarato amore per il Bari – mi piace guardare le partite, anche e soprattutto perché sono affascinato dalle strategie, dalle logiche, dal gioco del calcio come linguaggio, diciamo così. Osservo le mode e i vezzi del momento, mi stupisce e mi diverte la rapidità con cui i bambini fanno propri gli schemi e le abitudini delle grandi squadre.
Se guardi giocare dei ragazzini di dieci anni in un campetto improvvisato, vedi che il portiere evita i lanci lunghi e l’azione parte dal basso, con una serie un po’ prevedibile di passaggi, la stessa che vedevo lo scorso anno a Bari: Frattali-Pucino-Di Cesare-Terranova-Di Cesare-Pucino e avanti così, in loop. Ricordo una recente intervista ad Ancelotti che stigmatizzava quest’abitudine, trovandola ingiustificata – quantomeno nelle proporzioni. Mi impressiona la rapidità con cui certi attaccanti (che ricordano un po’ le primedonne dell’opera, vezzeggiate e idolatrate, e poi fischiate senza pietà) passano da stagioni da urlo ad altre in cui non riescono a metterla dentro manco per sbaglio.

A Bari il caso di Ciccio Caputo ha fatto scuola; anche per la violenza e la cattiveria (che è sempre stupida, e per fortuna qualche volta viene punita) con cui un intero stadio lo massacrava fischiandolo al solo nome recitato dallo speaker; poi è esploso altrove, facendo le fortune di altre squadre mentre noi bevevamo l’amaro calice di scandali, fallimenti e famigerati principi malesi. Ma, soprattutto, trovo che nel calcio di oggi, veloce e fisico, manchino troppo spesso fantasia e tecnica. Non parliamo, poi, della poesia. Il gol di Maradona all’Inghilterra, quello in cui si beve mezza squadra con slalom e dribbling, non è solo il riscatto di una nazione (era il tempo della tensione fra Argentina e Inghilterra per le Falkland, se non sbaglio), ma è esattamente come un bis di Martha Argerich, o – più vicino al mio temperamento – di Brad Meldhau: c’è intelligenza e poesia, c’è il mistero del talento, della famosa marcia in più (nel caso di Maradona almeno due). Oggi mi pare tutto più spento. I soldi muovono ogni cosa, e hanno tolto al calcio, o rischiano di togliergli, il suo valore più importante, che è la possibilità di vincere contro uno che sulla carta è più forte di te.

Per fortuna l’odioso progetto della Superliga è naufragato, almeno per ora; sarebbe una casta in cui alcuni non perdono mai, qualunque cosa accada. Ho sentito il presidente della Juventus dichiarare, anni fa, che era ingiusto che l’Atalanta facesse le coppe e la Roma no perché la Roma aveva investito di più. Senza commento. Oggi, per imperscrutabili ragioni, accade che il calciomercato finisca dopo l’inizio dei campionati, per cui si parte in ritiro con una squadra e si gioca il campionato con un’altra. È pura follia: se un organizzatore mi proponesse di fare un concerto con l’orchestra di Torino, ma provandolo con quella di Milano, invocherei un TSO per lui. Nel calcio questo accade senza colpo ferire. Bisogna riappropriarsi del buon senso, dei valori e della bellezza del calcio. Che, prima che intrattenimento, molto prima, è e resta uno sport.

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