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Ali e radici

Jazz di Capitanata: grinta e creatività

Jazz di Capitanata: grinta e creatività

Il nome del chitarrista Antonio Tosques, da «Psychedelic Light» fino al recente cd «Touch me»

07 Giugno 2022

Ugo Sbisà

Troppo colpevolmente trascurata ad onta di figure di primo piano nel panorama nazionale – da Renzo Arbore a Gegè Telesforo per non dire dell’indimenticato Ninni Maina – la scena jazzistica della Capitanata è ricca di musicisti di talento che meriterebbero di ricevere maggiore considerazione innanzitutto in Puglia. Fra questi, il chitarrista Antonio Tosques si è saputo imporre anche al di fuori dei confini nazionali con il suo Psychedelic Light, a suo tempo accolto con interesse da diverse riviste specializzate dedite al mondo delle sei corde. Giusto per completare il quadro, ne ricordiamo anche le due successive fatiche discografiche, nell’ordine il bel Our Favorite Standards, dedicato alla grande tradizione dei songs americani e il più recente On Air, inciso invece con il collega lucano Dino Plasmati. Solista dal taglio personale, Tosques conosce molto bene tutte le «scuole» chitarristiche del jazz moderno, senza escludere qualche puntata in quel genere che gli americani etichettano come swing to bop, ma è interessante notare come, rispetto al panorama contemporaneo, i suoi interessi si rivolgano più verso il filone di John Scofield che non quello di Metheny, modello ovviamente validissimo, ma al contempo anche un po’ troppo abusato.

A completare la discografia del Nostro ecco allora Touch Me (Azzurra Music) un cd che si allontana da una precisa idea progettuale per sposare il genere del divertissement, arricchito questa volta da una galleria di ospiti di un certo interesse. Se infatti la formazione di base è il trio formato da Tosques con Mirko Maria Matera al pianoforte e Pierluigi Villani alla batteria, nei dieci titoli – tutti originali – della scaletta si ascoltano solisti come il grande trombettista statunitense Randy Brecker o il vocalist Gegè Telesforo, insieme con i sax di Daniele Scannapieco e Umberto Muselli, i bassi elettrici di Antonio De Luise, Tommaso Scannapieco, Gaetano Diodato e Pierluigi Balducci e le percussioni di Gabriele Borrelli.

L’ambito stilistico prediletto dall’autore, in questo caso, è il cosiddetto smooth jazz – quello che una volta si chiamava anche easy listening – ovvero un jazz a suo modo edulcorato per andare incontro al grande pubblico e nel quale non è difficile cogliere echi di Wes Motngomery e del primo George Benson, insieme con alcune puntate nei territori della fusion Anni ‘80 e della black music del cosiddetto genere blacksploitation.

Un lavoro a suo modo non facile che riesce a rivelarsi godibile e non scontato grazie alla professionalità dei musicisti impegnati. Non è un caso, del resto, che proprio Randy Brecker, nelle note di copertina, definisca la formazione un cooking unit. E chi ha pratica di cose del jazz, sa bene che col termine gastronomico di cooker si definiscono i musicisti più grintosi. Un complimento non da poco.

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