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Cultura? Attenti fa rima con frittura

Cultura? Attenti fa rima con frittura

Servono curiosità, fatica, coraggio, senso critico e indifferenza al gusto corrente. Altrimenti è solo paranza

31 Maggio 2022

Emanuele Arciuli

Penso che certe parole dovrebbero andare in vacanza, e che per alcune servirebbe il fermo biologico. Tra queste, la prima è «cultura». Le altre seguono a notevole distanza. Cultura le supera tutte, per distacco, non c’è partita. Va salvata, preservata, difesa proprio da chi la riduce a luogo comune, infarcendo ogni discorso con la retorica della «cultura»; in genere è proprio la gente che, nei fatti, la detesta, o non sa cosa sia. Meglio lasciar perdere, sostituirla con qualche espressione altra, che so «frittura di paranza». Si fa miglior figura.

Cultura è una parola complessa, che significa tante cose, lo sappiamo tutti.

Si parla di cultura per indicare una serie di comportamenti, di abitudini, di codici condivisi all’interno di una specifica comunità: «cultura mafiosa», «cultura calcistica», «cultura del fitness», «cultura alimentare», e via dicendo. Per cultura, però, si intende anche l’insieme delle espressioni più elevate del pensiero e della creatività, per cui quando parliamo di cultura, almeno in certi contesti, ci riferiamo a libri, opere d’arte, musiche, teatro etc. Un insieme di esiti creativi che costituiscono una sorta di paesaggio parallelo, di geografia intellettuale. Senza la quale non potremmo vivere come viviamo, perché i modelli di pensiero cui facciamo riferimento, anche inconsapevolmente, sono frutto di queste opere.

Non è necessario aver visitato il Kilimangiaro o la Grande Muraglia per sapere che esistono e, soprattutto, per viverne indirettamente le conseguenze e gli effetti. Lo stesso vale per Proust, David Foster Wallace, Beethoven e Jackson Pollock. Questa cultura, che in prima istanza interessa poche persone, una percentuale minoritaria della popolazione, non esclude però nessuno, potenzialmente anzi abbraccia l’intera umanità. Certo, è necessario possedere dei codici che ci consentano di decifrarla, password per aprire i file, ma l’accesso non è negato a nessuno. Però la cultura, questa cultura, richiede sforzo, fatica, curiosità, talvolta studio, per attivare i sensori, i recettori (a patto di averli, naturalmente) tali da rendere la sua fruizione un’esperienza estetica godibile, e un nutrimento.

Nessuno a parole si dichiara contrario alla cultura, ma poi, quando si tratta di costruire qualcosa, di impegnarsi per davvero, di difenderla a costo di fare delle scelte forti e coraggiose, di uscire dall’impostura, dal bluff, ce la si dà a gambe levate. O si accampa qualche alibi: ad esempio «la cultura “alta”? Non è “inclusiva”» (parola oggi assai di moda, altra candidata al fermo biologico). Oppure: «La cultura è elitaria». Ma certo che è elitaria, che scoperta! Lo è sempre stata. E allora? È una colpa? In realtà non ci sarebbe nulla di più democratico della cultura, che è tra le cose più a buon mercato, oggi. I libri, i cd, i biglietti del cinema o del teatro, costano poco – con le dovute eccezioni – e con internet possiamo accedere gratuitamente a milioni di composizioni musicali o film di ogni genere e periodo storico. Spesso che la cultura sia elitaria è un alibi, insomma. Ma, comunque, trovo estenuante che la legittimazione sia schiava del consenso, e la dittatura del numero abbia sostituito qualunque indipendenza di giudizio, così per sapere se una cosa vada fatta o meno si deve verificare a quante persone interessa.

Credo che per fare cultura serva coraggio, generosità, senso critico e una olimpica indifferenza al gusto corrente.

Senza queste condizioni, per la cultura c’è pochissima speranza. E dunque, meglio occuparsi della frittura di paranza.

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