Giovedì 25 Febbraio 2021 | 09:32

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Sciarrino: la tradizione? Non va rinnegata ma studiata diversamente

Il celebre compositore siciliano inaugura domani il ciclo contemporaneo Aus Italien

Sciarrino: la tradizione? Non va rinnegata ma studiata diversamente

foto Clarissa Lapolla

Tocca a Salvatore Sciarrino inaugurare domani alle 20.30 - sulle piattaforme digitali della Fondazione Petruzzelli, (il canale Youtube, la pagina Facebook ufficiale e il sito www.fondazionepetruzzelli.it ) - il ciclo Aus Italien, dedicato a otto tra i principali compositori della scena contemporanea italiana. Del settantaquattrenne musicista palermitano, l’Orchestra del Petruzzelli, diretta da Marco Angius, eseguirà Preludio all’Adagietto (messaggio raccolto da Puccini per Mahler), Autoritratto nella notte e Languire a Palermo (Wagner melodie ultime). Qualche domanda all’autore.

Maestro Sciarrino, nella sua biografia ufficiale c’è scritto che lei «si vanta di essere nato libero e non in una scuola di musica». Può descriverci questo senso di libertà?
«Per libertà intendo lo studio della tradizione non attraverso i manuali e la mentalità già codificata, perché il rapporto con le opere e lo stile dei singoli autori può essere solo personale e non uguale per tutti. In passato nella società borghese le accademie servivano a certificare che chi si occupava di arte possedesse del talento, ma questo ha irrigidito la nostra cultura. La mia è una riflessione estetica, antropologica e didattica. Serve un nuovo tipo di accademia che abbia come oggetto dello studio le opere più importanti del passato. Però tengo a precisare che poi ho avuto anche io degli insegnanti, ma ormai ero vaccinato».


Il programma di questo concerto al Petruzzelli include due composizioni che incorporano echi del passato, «Languire a Palermo» e «Preludio all’Adagietto». Può spiegarci meglio il suo rapporto con la tradizione?
«Sono delle orchestrazioni. Io rispetto gli originali, ma faccio capire che cosa contengono le opere in termini di prospettiva. Non scrivo un saggio, ma le orchestro e rivelo le parentele dell’originale con la musica successiva. L’idea è dare nuova vita a queste opere e continuare una tradizione antica, trascrivere la musica di altri. In questo modo affermo la mia musica e quella degli altri. Le musiche non sono prestiti, ma influenze, trasformazioni del linguaggio e la tradizione resta comunque la nostra identità. È impossibile tornare al nulla, perché il linguaggio non si reinventa da zero, sebbene io sia noto come inventore di nuove tecniche. La mia musica è un’esperienza psicologica e percettiva del mondo dei suoni, possiede anche una parte fisiologica, perché il linguaggio respira per frasi, esattamente come il mare si muove per onde».


A proposito di linguaggi, qual è il suo rapporto con quelli del contemporaneo?
«Fin dalle prime cose che ho scritto c’era una contrapposizione generazionale e venivo considerato del tutto “eretico”. Allo stesso tempo però penso che lo sguardo verso il presente sia la cosa che più ci lega alla società e a noi stessi».


Esiste ancora il ruolo sociale del compositore?
«Finché c’è la società sì. Diversamente, se la società si disgrega non c’è l’uomo. Non possiamo essere privi di affettività, psicologia e la musica muove l’affettività in maniera più diretta».

Parliamo del rapporto del pubblico con la musica cosiddetta contemporanea. Si sostiene che la diffidenza degli ascoltatori sia frutto di una scarsa conoscenza.
«Sono fenomeni collegati con il resto del mondo circostante, con l’economia, la scuola, il modo di vivere, l’evoluzione e il rapporto stesso con la creatività. Diciamo che c’è una creatività moderna molto più commerciale, ma non si può vivere solo di quella».

Sarebbe più corretto parlare di una mancanza di educazione all’ascolto, favorita dallo zapping sonoro dell’epoca di internet?
«Ai miei tempi mancava ugualmente, ma in alcune famiglie c’era maggiore aspirazione affinché i giovani venissero in contatto con i linguaggi più raffinati. Lo stesso però accadeva in passato, diversamente non ci spiegheremmo, ad esempio, come mai ci sia una partitura di Monteverdi con un finale non suo, ma sia stato necessario il lavoro dei musicologi per rendersene conto. Anche in quei tempi, l’attenzione al presente era di pochi. Del resto, non sappiamo dov’è sepolto Mozart e Bach è stato dimenticato per 100 anni. La nostra storia è fatta di queste cose anche sorprendenti. La verità è che serve essere curiosi, sempre. Lei parlava di internet: sarebbe bellissimo che fosse un mezzo di comunicazione, invece è di separazione, di controllo dell’individuo. Dobbiamo ricordarci che la tecnologia non è la scienza, ma solo una sua applicazione».

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