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In un’epoca nella quale la memoria collettiva diventa sempre più la somma di storie individuali, talvolta minime, un libro di ricordi personali può diventare un prezioso tassello per la ricostruzione di un passato la cui consapevolezza si vuole tramandare tanto alle nuove generazioni, quanto alle precedenti, consentendo loro di rinverdire episodi mai offuscati. E appunto di ricordi si deve parlare, sebbene conditi con una punta di narcisistico egocentrismo, per il volume nel quale il musicista barese Paolo Lepore ha deciso di raccontarsi affidando la propria narrazione del passato e di sé a una lunga intervista con il critico e docente, barese anch’egli, Alceste Ayroldi (Paolo Lepore e la Jazz Studio Orchestra, pagg. 142, euro 10,00, Adda).

Parlare di Paolo Lepore per chiunque frequenti da tempo le scene musicali pugliesi, equivale a parlare di musica di musica afroamericana e in particolar modo della sua Jazz Studio Orchestra. Tuttavia, per strano che possa sembrare, la parte più gustosa del volume è proprio quella che non si occupa di musica jazz, ma che invece ricostruisce scene e retroscena di una Bari musicale degli Anni ‘50 e ’60 dove l’ufficio di collocamento per gli aspiranti musicisti era il Caffè della Vittoria di corso Cavour, popolato da una fauna di personaggi dai soprannomi talvolta improbabili, come ad esempio i batteristi Nicola Martinelli maracàs, detto anche u’ surd, Lillino u’ khà khà o Michele il giornalaio e Nino Liuzzi u’ lattar’.

Ed è inevitabile che il racconto degli Anni ’60 plani su quel gruppo di amici e musicisti più o meno coetanei con i quali Lepore fu impegnato nella gettonatissima band band degli Hugu Tugu, che nelle sue epoche migliori arrivò persino a registrare dei dischi di cover per la RCA. Qui il racconto si fa corale poiché insieme con quella di Lepore si ascoltano anche le voci di Armando De Cillis e di Gianni Giannotti grazie ai quali il lettore viene trasportato in una Bari lontana i cui giovani vivevano nel mito del rock di Oltreoceano, del movimento beat britannico, radunandosi in locali di fortuna come ad esempio lo Studio 394, che prendeva il nome dal civico di un locale di via Dante di proprietà di De Cillis.

Ecco allora venire fuori nomi indimenticati di musicisti – fra i tanti un mai abbastanza ricordato Luciano Zotti – che in quell’epoca contribuirono a vivacizzare la vita musicale non accademica del capoluogo. Quasi uno Stardust memories, per citare Woody Allen, che pur rasentando in più occasioni l’autoreferenzialità tratteggia un ritratto molto fedele del Lepore uomo e musicista, sempre pronto a partire lancia in resta per affrontare imprese impossibili e, per dirla con Kipling, abbastanza spavaldo da non dimenticare che il successo è un impostore al pari della sconfitta. Una vita – nel frattempo il Nostro si avvia a compiere 71 anni – trascorsa fra pop, classica e jazz, nella quale si affacciano i ricordi degli studi in Conservatorio a Bari sotto la guida del violoncellista Giorgio Menegozzo e l’occhio vigile e paterno di Nino Rota; la folgorazione per la batteria e le percussioni; i corsi di direzione d’orchestra con Leonard Bernstein; l’amicizia con Luciano Berio; la collaborazione con Gabriele Ferro all’Orchestra sinfonica siciliana e le numerose orchestre locali, dalla Giovanile pugliese alla Filarmonica mediterranea, per non dire della prima orchestra del Petruzzelli, nelle quali Lepore ha profuso entusiasmo ed energia. Un talento, il suo, che forse avrebbe meritato di essere concentrato su un solo fronte per riuscire a dare risultati ancor più eclatanti, ma che in ogni caso è stato sempre elargito con generosità, talvolta addirittura eccessiva.

Abbiamo lasciato il jazz per ultimo e non per caso. Perché è senza dubbio questo il versante sul quale il Nostro ha concentrato la gran parte del proprio tempo facendo registrare anche i maggiori rimpianti legati al suo costante impegnarsi contemporaneamente su più fronti. Parlare di jazz con Paolo Lepore significa parlare della più che quarantennale avventura della Jazz Studio Orchestra, la prima big band nata in Italia quando sembrava che, al di fuori della Rai, fosse impossibile affrontare una simile impresa.

E qui si apre la lunga galleria di volti, nomi e storie che ripercorrono una buona fetta di storia del jazz suonato a Bari. Perché negli anni l’orchestra è stata popolata ad alcuni dei principali musicisti pugliesi e lucani (citiamo fra i tanti in ordine sparso Ottaviano, Minafra, Guerra, Lomuto, ma anche Maina, Sannoner, Andriuli e chi più ne ha, più ne metta) ed ha ospitato numerose leggende viventi da Dizzy Gilespie a Lee Konitz, Chet Baker, Eddie Lockjaw Davis e Art Farmer, ma l’elenco è ben più nutrito e abbraccia anche tanti «senatori» del jazz italiano. Per non dire dell’attività organizzativa che ha visto Lepore fervido promotore di jazz club quando nessuno a Bari sembrava intenzionato a correre il rischio, per non dire dei festival: fra i tanti quello, indimenticabile, delle Big Band nell’ormai lontano 1985.

Una lettura agile, curiosa e piacevole per un volume che avrebbe forse meritato un editing un po’ più accurato specie per quanto riguarda nomi e titoli dei personaggi e dei brani citati. Accade, per esempio, che il celebre impresario Leo Wachter, artefice della tournée italiana dei Beatles nel 1965 e poi titolare del noto jazz club milanese Ciak, diventi Leo Brechter; due colonne della Southern Jazz Ensemble come Claudio Veraldi e Peppino Sciannamea vengano rispettivamente ricordate come Verardi e Ciannamea; Eddie «Lockjaw» Davis si trasformi in «Jacklaw»; Things to Come di Dizzy Gillespie cambi in Thinks to Come, mentre – e questo è un po’ più grave – un celebre brano per contrabbasso e orchestra come One Bass Hit venga attribuito a Charles Mingus anziché a Dizzy Gillespie, Ray Brown e Gil Fuller. Ma forse, anche queste sviste appartengono al singolare autoritratto del personaggio e alla sua contagiosa, travolgente comunicativa.

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