Giovedì 24 Gennaio 2019 | 04:00

Lettere alla Gazzetta

Festa della donna ed elogio della differenza di genere

In Italia la prima giornata della donna avvenne l’8 marzo 1945 e fu celebrata alla fine della guerra l’8 marzo 1946 con la comparsa del suo simbolo: la mimosa che fiorisce proprio in marzo. La ricorrenza continuò in Italia e si accrebbe negli anni settanta con il movimento femminista che indulse a insensate richieste ispirate a una parità di genere che ha comportato la perdita della identità della donna, perdita del valore della sua femminilità.
Le rivendicazioni femministe, rendendo le donne simili all’uomo, hanno creato una società unisex tanto triste quanto statica. L’emancipazione è stata quasi una trappola. Non ha prodotto vera uguaglianza nel senso della pari dignità e ha immiserito il genere femminile depauperandone la propria originale umanità.
Ora si vuole cambiare strada. Si fa appello alla specificità della costituzione morale femminile quanto mai necessaria al processo di umanizzazione dell’anima e della civiltà. Una specificità che lo stesso Kant riconosceva perchè l’uomo possa imparare dalla donna «ciò che è come l’abito esteriore della moralità, cioè quel contegno civile che è preparazione alla vita morale». E Dante, che aveva all’inizio delle Nuove Rime esordito con «Donne che avete intelletto d’amore», canterà poi Beatrice nel celebre sonetto «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia» come immagine assiologia dell’amore che redime e che salva.
Da qui l’emergere di una nuova ricerca, quella di una diversa relazionalità tra i due generi; una relazionalità che, mentre considera i generi uguali per l’aspetto fondamentale relativo alla dignità umana, ne preservi e ne promuova i diversi vissuti interiori. Ho scritto un saggio in merito e mi piace tornarvi.
L’uomo ha i suoi vissuti. E’ dotato di vigore, fermezza, coraggio nelle sue strategie di dominio. Esprime una cultura monolitica e omologante.
La specificità femminile è colta in tre aree fondamentali: nella sessualità, nella gestione dei rapporti sociali, nella dimensione cognitiva.
La sessualità conduce alla percezione del corpo, corpo donatore di vita. In esso è contenuta l’esperienza della maternità il cui valore costituisce il fulcro del discorso sulla differenza purché non sia ridotto all’aspetto biologico, ma comprenda una maternità spirituale e simbolica, come ricorda la teologia femminista.
Un secondo aspetto di queste peculiarità tutte femminili è la socialità, la solidarietà e la capacità di farsi dono.
La terza peculiarità è nella dimensione cognitiva orientata verso una forma di razionalità simile alla metis dei Greci; un tipo di sagacia, di saggezza che consente di cogliere il senso delle cose. Il Cardinale Martini l’ha chiamata «intelligenza del cuore».
Attraverso questa disamina possiamo concludere che nella diversità femminile si cela un modello alternativo di cultura che va recuperato. Si tratta di dar voce al valore della differenza e di accoglierla come privilegio, come risorsa. Ciascun genere dà all’altro il suo «specifico» attraverso una vita comune che arricchisce entrambi.

Lia Gisotti Giorgino, Bari

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