Lunedì 21 Gennaio 2019 | 20:49

LETTERE ALLA GAZZETTA

L'ossessione della comunicazione la verità, il lavoro e l'informazione

"La comunicazione si addice alle dittature, l’informazione alle democrazie. La comunicazione deforma la realtà e i sentimenti, l’informazione racconta i fatti e spiega la loro genesi."
Ecco vorrei partire proprio da questa affermazione, per provare a fornire un punto di vista diverso da quello che ci ha offerto il direttore De Tomaso nel suo editoriale di domenica scorsa. Mi occupo da 25 anni di comunicazione e con un discreto successo, avendo scelto di farlo qui e non in quella che è a lungo stata considerata la capitale di questo settore professionale. Temo in effetti che il direttore abbia troppo a riferimento la "Milano da bere" come strumento di valutazione di questo importante strumento di relazione tra marche e persone, tra persone e persone. La Milano da bere è finita da tempo e per fortuna non viviamo in una dittatura. Invece mi pare di poter dire che l’informazione è molto contigua al potere, molto di più di quanto lo sia la comunicazione. Posso affermare che ormai l’informazione è ormai un pezzo della politica e francamente non ne possiamo più. La comunicazione deve essere onesta, veritiera e corretta (Art 1 del codice di autodisciplina pubblicitaria), se non lo è, probabile che il committente abbia detto una balla e allora l’architettura di comunicazione cade e con essa la credibilità o la reputazione di chi l’ha prodotta. La buona comunicazione si fonda sulla realtà e fa leva su sentimenti o emozioni costruendo, come mai un questo momento una interazione con il pubblico a cui è rivolta. L’informazione è unidirezionale, vorrei poter dire racconta i fatti, ma lascio al lettore le sue deduzioni, quando le deduzioni appartengono molto più a chi scrive e non alla reale genesi del fatto. L’informazione non ti chiede di fare qualcosa, la comunicazione si. Dietro questo piccolissimo ragionamento c’è il lavoro di comunicatori, di bravi comunicatori e ce ne sono per fortuna tanti.
Il direttore ci ricorda giustamente che se stiamo sempre a comunicare di fatto chi lavora? Qui occorre fare una distinzione tra chi produce la comunicazione e lo fa per mestiere e il rumore di fondo generato dai social network. Un rumore così fitto, per cui non si distingue più tra informazione e comunicazione.
Occorre dire ancora quali siano le differenze tra informazione e comunicazione? È molto probabile che la comunicazione abbia soverchiato l’informazione, perché come individui abbiamo bisogno di senso (è ancora al vertice della piramide dei bisogni Maslow) e forse il senso l’informazione non ce l’ha più. Come individui abbiamo bisogno di appassionarci a storie, di marca e di persone, perché nel rumore di fondo, abbiamo necessità di posizionare la nostra storia per dare senso alla nostra vita. Dagli anni '60 agli ’80 ci dice GFK Eurisko, la pubblicità ha educato gli italiani fornendogli conoscenza su nuovi prodotti. Negli anni ’90 gli italiani ne discutono e la sdoganano dal commerciale e ne fanno un atto della contemporaneità. Dopo gli anni ’90 chiediamo alla comunicazione, ai prodotti, anche quelli politici, di emozionarci. Vogliamo forse rinunciare a questo bisogno? Non credo, stando a Maslow. Quindi caro direttore, se la comunicazione ha assunto un ruolo così centrale nella vita delle persone è possibile che sia accaduto perché essa è territorio di relazione, probabilmente più dell’informazione. Sarà perché magari è più divertente dell’informazione? Va da sè che c’è da distinguere tra buona e cattiva comunicazione e informazione, tuttavia, convengo con lei quando dice che c’è troppa comunicazione. Ora però la questione è che in un palinsesto di media (TV, giornali, social, radio, ecc) molto ricco, il rumore è tanto, e qui tutti i professionisti, dell’informazione e della comunicazione, dovrebbero darsi la regola detta alla barese del “parla poco e parla bene”. Siamo pronti a farlo, siamo pronti a dire qualcosa quando c’è davvero il bisogno di dirla? Vedremmo meno pezzi inutili venduti come notizie esaltanti e capaci di generare click, senza che nessuno abbia davvero letto il contenuto, vedremmo meno campagne sul “fertilityday” (ma era una campagna?) e il rumore di fondo si abbasserebbe. Siamo pronti a questa scelta etica? Su questo ha proprio ragione serve tanto lavoro, duro lavoro e senso di responsabilità, in quanto più che giornalisti o comunicatori abbiamo un ruolo di mediatori culturali.

Ettore Chiurazzidirettore clienti e strategic planner della impresa di comunicazione CaruccieChiurazzi

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Illustre dottor Chiurazzi, il mio intervento non toccava l’attività delle società di comunicazione, che rispetto e apprezzo, ma la voglia ossessiva di comunicare che, a tutti i livelli, toglie molte ore al lavoro e spesso penalizza la verità. Tutto qui. (Gdt)

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