Domenica 20 Gennaio 2019 | 12:51

LETTERE ALLA GAZZETTA

La scuola ha ancora bisogno di un preside educatore

Il preside fatica a trovare una propria identità nella scuola italiana. Prima del sessantotto, in una dimensione verticistico - burocratica dell’apparato statale, il preside era una espressione periferica di questo apparato e rimaneva un burocrate a tutti gli effetti. La contestazione globale mise in crisi questo impianto ed optò per una scuola a struttura orizzontale, meno burocratica e più democratica. Mise in discussione soprattutto la figura del preside e giunse a proporre la sua eleggibilità da parte del Collegio dei docenti. I Decreti Delegati del 1974 raccolsero alcune idee del movimento sessantottino, ma ne respinsero altre. Previdero la istituzione degli Organi Collegiali come espressione massima della democrazia scolastica, ma non accolsero l’idea della eleggibilità del preside e finirono per adottare una soluzione di compromesso attribuendo al Ministero il compito di nominarlo e delineando la sua figura come un «primus inter pares» rispetto ai docenti con particolari responsabilità di coordinamento organizzativo e didattico. Dunque un preside con funzioni prevalentemente educative in unità scolastiche a dimensioni umane. Nel 2001, con la revisione del Titolo Quinto della Costituzione e con il riconoscimento costituzionale dell’Autonomia scolastica, i problemi della scuola incominciarono a complicarsi perché non si pensò a riformare i Decreti Delegati specialmente nella parte riguardante il funzionamento degli Organi Collegiali; né si pensò a fare chiarezza sulla figura del preside al quale veniva attribuita la funzione dirigenziale, senza che perdesse la caratteristica di «primus inter pares». Rimaneva un ibrido che contribuì ad aumentare la confusione. Tra il 2001 e il 2014 il disordine è andato sempre più aumentando soprattutto a seguito di alcuni provvedimenti tampone ispirati a logiche più ragionieristiche che educative. Sono stati soppressi fiori di istituti che da sempre hanno brillato per serietà di studi e sono stati creati i cosiddetti istituti comprensivi, agglomerati impropri di scuole – aziende, difficilmente gestibili sul piano didattico e organizzativo. Al preside è stata attribuita la qualifica di «manager», mentre è rimasta appannata la qualifica di educatore. L’intero apparato istituzionale ha finito per perdere le sue specificità. Si è sperato che la legge 107/2015, denominata «La Buona Scuola», ponesse rimedio a questo disordine, ma non vi è riuscita. Infatti il legislatore, da una parte ha lasciato invariato l’impianto dei Decreti Delegati, dall’altra ha provveduto a riconoscere ai presidi attribuzioni coerenti con la riconosciuta Autonomia, come la valutazione dei docenti e la chiamata diretta, attribuzioni fortemente contestate dai sindacati per il fondato timore che prevalga l’arbitrio sul merito e sul diritto. Ora è necessario fermarsi per rimettere un po’ di ordine nella organizzazione amministrativa e didattica approfittando della elaborazione dei Regolamenti attuativi della legge 107. La scuola italiana ha bisogno di una radicale semplificazione legislativa e di una altrettanto radicale armonizzazione della organizzazione didattica ed organizzativa. Ha bisogno di presidi educatori di cui dovranno essere riconsiderate le attribuzioni che dovranno ritornare ad essere di natura prevalentemente educativa in unità scolastiche a misura umana, omogenee negli indirizzi, con Organi Collegiali riformati e con Servizi di segreteria competenti che li affianchino nella gestione amministrativa. Ha bisogno di docenti preparati, motivati, aggiornati ed entusiasti del loro lavoro. Se tutto questo sarà, solo allora si potrà parlare di «Buona Scuola».

Michele Giorgio, Bitonto (Bari)

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