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La sanità italiana e le cifre da nazione sudamericana

C’è un grosso problema, tra i tanti, che da qualche anno assilla la sanità italiana: le troppe nascite per taglio cesareo, in media superiori al 40% e in certi casi anche oltre il 50%, percentuali, senz’offesa per nessuno, da nazione sudamericana. Ad un certo punto, data la tendenza perversa ad aumentare ancor di più, si sono levate alte le grida politiche, poiché, lungi da dare maggior sicurezza, il sin troppo facile ricorso alla chirurgia comporta altresì un maggior aggravio, per l’organizzazione e soprattutto i costi.
Si è pensato di incoraggiare le donne a scegliere il parto naturale, anche attraverso un percorso di accompagnamento alla nascita (di difficile attuazione, soprattutto al sud dove gli interventi sono più numerosi, data l’esasperata gestione privatistica della gravidanza), a stabilire regole comportamentali per una corretta scelta del parto, a minacciare sanzioni se i numeri non avessero imboccato una parabola discendente. Senza che sia servito a niente. Nella Puglia l’anno scorso i tagli cesarei sono stati pari al 43% del totale.
È pur vero che le colpe principali si possono far risalire alla non adeguatezza dei punti nascita, che, malgrado le chiusure attuate o promesse, non garantisce tuttora in quel che resta tutto quanto indispensabile per una buona assistenza. Soprattutto però si avverte la pesante mancanza dell’analgesia in travaglio (comunemente nota come epidurale, dalla tecnica con cui è praticata) che potrebbe, rendendo sopportabile il dolore, portare molte più donne verso il parto spontaneo.
È ben noto che sono davvero pochi gli ospedali in cui è possibile ottenerla, mentre è previsto il pagamento di un superticket, che spesso non garantisce il servizio sulle ventiquattrore, ma solo nella fascia 8-20, dal lunedì al venerdì. A causa della cronica carenza di anestesisti legata, al di là del mancato turnover, al fatto che negli anni si è preferito limitare al massimo l’accesso alla specializzazione, per non inflazionare il mercato, a cui solo ora la Regione comincia a pensare di rimediare.
È opportuno ricordare che, sin dall’ormai lontano 2005, l’allora Ministro della salute, Livia Turco, ne aveva assicurata l’imminente gratuità, attraverso l’inserimento nei LEA (livelli essenziali di assistenza). Analogamente il suo successore, Renato Balduzzi, promise alla fine del 2012 che a breve si sarebbe posto rimedio alla mancanza, nella programmata revisione dei LEA. Per finire ad oggi, quando l’epidurale è stata proposta nei nuovi LEA, che la ministra Beatrice Lorenzin si appresta a far approvare, sebbene restino non pochi dubbi sulla relativa copertura economica. Sarà la volta buona?

Giuseppe Gragnaniello, Terlizzi (Bari)

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