Sabato 19 Gennaio 2019 | 17:10

LETTERE ALLA GAZZETTA

Il suicidio demografico dietro la decrescita in atto

Perché gli italiani ormai fanno così pochi figli? Perché mediamente, quanto a cuore, ne desidererebbero almeno due; ma si fermano spesso al primo, che resta l’unico?
Sarà anche sorprendente, ma da un sondaggio intravisto alcune settimane fa - e perciò l’idea, pur tardiva, di questo intervento - è emerso che appena il 20% degli intervistati si concentra solo sulle motivazioni economiche. Anche la scarsità del tempo per la famiglia, o dei servizi per l’infanzia, e persino la precarietà del lavoro, sembrano contare meno rispetto ad una percentuale nettamente maggioritaria (circa il 60%), che indica, per questa scelta, soprattutto ragioni psicologiche e culturali: confuse incertezze, crisi di fiducia, paura del futuro, timore di non farcela nell’impegno di allevare ed educare quel figlio, in un mondo difficile ed ostile, così pieno di insidie e conflitti, pervaso costantemente da tanta inquietudine.
Dunque in questa nostra Italia, che è nel cuore del Primo mondo, e da settant’anni vive in pace, non si fanno figli per via di un’angoscia indefinita, e comune a tanti, che determina un rifiuto più viscerale che meditato.
Eppure nel nostro Paese - come certamente anche nel resto d’Europa - a chiunque sembrerebbe razionalmente preferibile nascere oggi rispetto, per esempio, a cento anni fa quando erano nella norma le famiglie numerose, sebbene erano tanti a soffrire i morsi della fame, ed a morire - come mosche - di morbillo o di «spagnola». Eppure sembrerebbe,ancora più conveniente nascere oggi piuttosto che nel primo dopoguerra quando le città devastate dalle bombe, la memoria dei lutti, l’economia annientata e la diffusa miseria avrebbero potuto suggerire di non avere figli, in un mondo che per di più si era appena disvelato capace di tanta ferocia.
Ebbene, nonostante tante drammatiche avversità, di avere figli non si aveva paura. I racconti dei nostri vecchi, e la narrazione della recente storia, testimoniano altresì di città risorte, di fabbriche ricostruite, di una crescita prodigiosa realizzata con un grande «miracolo economico», ad opera di una generazione che ha dimostrato grande coraggio, ed una straordinaria energia morale, maturata proprio attraverso quel male e quel dolore, sofferti però con la certezza - allora più solida e convinta, ereditata dalla tradizione cristiana- che la vita ha un senso, e che ogni uomo ha un compito ed un destino.
Nessuno può trascurare la valenza di questo tema appena trattato, ancor più se meditiamo a quel «suicidio demografico» che sta consumando la popolazione europea, e la sua avanzata ed imprescindibile civiltà.

Pino Lezza, (già magistrato e parlamentare)

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