Giovedì 17 Gennaio 2019 | 15:39

LETTERE ALLA GAZZETTA

La sindrome di Bruto non risparmia nessuno fra i grandi leader

Ho assistito recentemente ad una intervista televisiva a Rosy Bindi, attuale esponente di spicco del PD e presidente della commissione parlamentare antimafia.
Ella ha dichiarato di aver sempre votato sì alle riforme costituzionali di Renzi, ma quando ci sarà il referendum ci penserà prima di votare sì. Ha chiuso la trasmissione con un ampio sorriso. Ho avuto la sensazione che quel sorriso fosse quello stesso che vide Cesare in punto di morte e che gli fece pronunciare quelle famose parole; "Quoque tu Brutus fili mi".
Dopo quella trasmissione televisiva mi è venuta in mente, infatti, una nuova espressione, la sindrome di Bruto, senza riferimento alla parte estetica della Bindi, ma ricordando i grandi eventi della storia, in primis al tradimento di Cesare da parte di Bruto.
In ogni grande partito politico chi è a capo deve guardarsi non tanto dal proprio nemico appartenente al partito di opposizione, ma dagli amici del suo stesso partito.
E ce ne sono stati di esempi nella storia, anche recente!
Ne sa qualcosa Berlusconi con Fini , Alfano e Verdini.
Ne sa qualcosa Prodi con Mastella. Per non parlare dei casi più gravi fra Mussolini e Badoglio, tanto per fare gli esempi più noti.
Esiste il rigetto nei confronti dei grandi statisti, soprattutto di coloro che sono più amati dal popolo.
Quando c'è un grande personaggio politico capace di guidare una nazione e amato dai suoi elettori nasce la sindrome di Bruto, nasce il timore della dittatura, nasce il rischio di perdere la libertà.
Quella libertà che è stata sempre la più grande aspirazione degli uomini, ancor prima della rivoluzione francese.
La libertà è un sentimento che ha sempre accompagnato la vita dell'uomo fin da Adamo ed Eva e non fu forse il senso della libertà che indusse Adamo a tradire persino il suo Creatore?
La libertà non è altro che la sindrome di Bruto, che rappresenta l' esempio più chiaro e famoso e questa sindrome potrebbe essere la causa principale della caduta di Renzi.

Biagio Sannicandro, Bari

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