Martedì 22 Gennaio 2019 | 20:24

LETTERE ALLA GAZZETTA

Cambiare sistema di calcolo per non saltare una generazione

Concordano tutti. La generazione degli anni ’80 rischia di non vedere la pensione. Una generazione saltata, vittima del precariato, della crisi perdurante, del lavoro nero e degli alti costi del lavoro. Gli allarmi si susseguono ma i rimedi sono ancora lontani in quanto non si vogliono accettare tetti alle pensioni, decurtazione delle pensioni d’oro, l’abolizione dei vitalizi. Anche se il rimedio principale rimane la ripresa dell’economia e dell’occupazione.
L’Italia continua ad essere il Paese dei diritti acquisiti anche di fronte al dissesto dell’Inps. L’Ente va salvato ma la soluzione non può essere il taglio indiscriminato di tutti i trattamenti. Tagli che cominciano sempre dal basso e che misteriosamente si fermano quando arrivano in alto. Oggi sono erogate pensioni superiori ai 30.000 euro mensili (qualcuna anche ai 90.000) spesso frutto di meccanismi retributivi perversi ideati dagli stessi beneficiari(!), ma la Consulta ha intravisto “profili di incostituzionalità” (sent. 116/2013) nel contributo di perequazione introdotto dal Governo Berlusconi nel 2011 e poi confermato da Monti, bocciandolo e adottando un’interpretazione dei principi costituzionali di uguaglianza e di solidarietà che lascia perplessi. D’altronde, gli ermellini non potevano esprimersi diversamente, avrebbero messo in pericolo la loro futura pensione di oltre 30.00 euro/mese! Ma questo è un altro discorso. Non possiamo pretendere da chi legifera o interpreta le leggi di non danneggiare se stesso!
Ma torniamo al problema della generazione che rischia di non vedere la pensione. Quale può essere la soluzione? Proprio in virtù di una corretta applicazione del principio di solidarietà, occorre individuare un nuovo meccanismo di calcolo della pensione, slegato dalla retribuzione e dalla contribuzione. Può apparire una bestemmia, ma per iniziare a disboscare la giungla retributiva che caratterizza il Belpaese e superare le attuali forti discriminazioni tra cittadini del medesimo Stato, almeno nell’ultima parte della loro vita, è necessario che ogni lavoratore attivo versi i suoi contributi, rapportati alla retribuzione, in favore di un Fondo comune. Fondo dal quale, al raggiungimento dell’età pensionistica, ognuno potrà attingere per una pensione calcolata secondo parametri meritocratici, quali le qualifiche rivestite durante la vita lavorativa (operai, impiegati, quadri, dirigenti, autonomi, cariche politiche, liberi professionisti, per i quali potrebbero abolirsi le rispettive Casse previdenziali, etc. e relativi anni di inquadramento) e il titolo di studio, riconosciuto in Italia. Oltre ad equiparare i disoccupati alla qualifica di operaio ed alla fissazione di un tetto minimo e massimo (per esempio, da 1.000 a 6.000 euro). Ritengo che con un sistema previdenziale simile si potrebbe scrivere la parola fine alle iniquità che sono sotto i nostri occhi e assicurare una dignitosa vecchiaia alle generazioni che non hanno la fortuna di vivere in un periodo fortunato. A chi si sentirà penalizzato, perché non potrà sopravvivere senza i suoi 30.000 euro mensili, dovrebbero bastare tempo e denaro, durante la vita lavorativa, per accantonare, per la vecchiaia, adeguati risparmi per continuare a vivere una vita da nababbi. È pur sempre un privilegio che la stragrande maggioranza degli italiani non conosce.

Pasquale Consiglio, Bisceglie (Bat)

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