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LETTERE ALLA GAZZETTA

Nessuno ci faccia richiesta di «libiare» negli amari calici

Dobbiamo per forza “Libiare negli amari calici” della nostra ex Quarta Sponda bagnata dal Mare Nostrum, quella che l’Italia di Giolitti andò a conquistare cent’anni fa? Libiare nello scatolone di sabbia cantando come allora “Tripoli bel suol d’amore”. Purtroppo non disponendo in quel tempo di potenti trivellatrici, sfortunati come sempre non potevamo sapere che il bello stava invece nel sottosuolo d’amore. Era il petrolio.
Il Presidente americano Barack Obama con le valigie già pronte sull’uscio della Casa Bianca sappiamo che è un verdiano amante delle opere liriche. Prima L’Otello, l’amico per la pelle, poi La Traviata. ll nostro Premier che è andato a trovarlo è pregato di non farsi traviare, di non restare folgorato sulla via di Tripoli o di Bengasi. Lo sappia Obama, la nostra Nazione è Italiana in Algeri, sta dall’altra parte, più ad ovest.
E poi non é mica detto che anche questa volta dobbiamo cedere alla Forza del Destino Cinico e Baro con l’Italia costretta per riconoscenza a non dire mai no all’amico USA. Basta, dopo settant’anni non siamo più obbligati ad obbedire al Fanciullo del West. Gli applausi se li vada a prendere in Cuba.
Se altri Paesi europei facendo I Pagliacci, andando a bombardare Gheddafi vogliono tornare a rompere le scatole allo scatolone di sabbia si accomodino pure. Sia chiaro, senza di noi. Anche se da furbi incalliti ci invitano a partecipare, ad entrare in guerra alla chetichella, di nascosto. Camuffati come ad Un Ballo in Maschera. Non andremo in guerra solo perché l’avranno deciso alcuni in Camera caritatis. No, se sarà chiamato lo deciderà solo il nostro Parlamento a Camere riunite. Senza il solito voto di fiducia, alla luce del sole per vedere uno per uno chi approverebbe quest’avventura e chi no.
Oltretutto cari amici ed alleati, sul come finirà questa brutta, sporca storia non siamo affatto Pinottimisti. Dunque Allah larga, non vogliamo né oggi nè domani Maomettere i nostri piedi in quel continente impazzito. Se permette caro Presidente Obama, noi italiani le opere liriche preferiamo metterle in scena, ascoltarle restando a casa. Attenti e tranquilli, come un Elisir per il nostro antico, fine palato musicale viverle nei nostri grandi Teatri di pace non di guerra: dalla Scala di Milano al nostro Petruzzelli, dal Massimo di Palermo al San Carlo di Napoli, dal Regio di Parma alla Fenice di Venezia. Senza darci l’Arrivederci a Roma armati di tutto punto, pronti a salpare si accontenti del suo Metropolitan di New York.
Se poi ci tiene a vedere direttamente cosa sta succedendo in Europa dalle parti del Mediterraneo vada dal grande George Gershwin, Un Americano a Parigi. Non altrove. Di lì, sotto la Torre Eiffel se proprio vuol mandarci un salutino agiti la sua gelida manina. Se saluterà anche Francesco, quel Sant’Uomo con tutto quello che sta vedendo ogni giorno temo che non le risponderebbe allegramente con una risata argentina.

Venanzio Traversa, Bari

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