Giovedì 06 Ottobre 2022 | 16:19

In Puglia e Basilicata

Feuilleton

Il profumo di Puglia è nei vicoletti: il racconto di un flâneur

Che meraviglia essere «flâneur» in Puglia. Il Romanico t’abbraccia da ogni parte, in un gioco composito di spigoli, bifore, cornicioni, rosoni, ballatoi, ippogrifi, leoni lucidi di grasso secolare

09 Agosto 2022

Claudio Mezzina

Verde, azzurro, fili d’oro e di nichel su scogli riluccicanti, piscine comunali senza cloro, piedi impanati a guisa di pollo, turchese, nuvole alla Constable, calce viva, portoni cobalto, carta indurita dal sale, spiegazzata, bimbi che passano e t’impataccano d’acqua di braccioli e di chiasso, persiane di amazzonite, siesta, panama bianchi, pinocchietti, pelle arsa, schiene sinuose, monoliti proteici ed eteroliti «pasticciottici», tentacoli crudi, birre bisbiglianti, grondaie di sudore piene di melanina e «Bilbao»: estate.
Maledetta estate. Pietosa estate.
Io «ipersudo», per cui agosto è un nemico crudele. Pur sempre il migliore dei miei nemici.
Una canzone strilla: «che figata andare al mare quando gli altri lavorano…». È un po’ perfida. Tiro fuori dalla tasca, allora, le mie cuffie da quattro scellini e mezzo e comincio a camminare con Duke Ellington nelle orecchie. Ho lasciato i miei amici in spiaggia, tra un tressette e un goccio di cocomero e, con la camicia inzaccherata di salsedine, mi metto a scivolare, come Fred Astaire, sul selciato di chianche della città vecchia.

Qui il caldo è più clemente e, i miei occhi, fatti più dolci lontani dal barbaglio, cominciano a soffermarsi sulle cose: è tutto calcareo, anche il naso «triste da italiano allegro» dei signori, tufo giallognolo ricolmo di fossili, il tufo meno ottuso che abbia mai visto.
Mi becco una doccia, che non fa mai male, causa signora che innaffiava gerani, fiori di cera e basilico: «mi scusi, mi scusi… Sono mortificata! La vulit ‘na tazzuliell ‘e cafè? Salit! Salit!».
Donna Ernesta, di Salerno, una domina sulla settantina, luminosa e riccioluta, scende ogni anno giù in Puglia, controtendente: «sapit, accà, ma mo’ parl italian ca m’so scucciat… Qua il vento è così indulgente, i vicini dolci come il latte di mandorla, le parole lambiscono… E, soprattutto, posso permettermi di stare sola, in santa pace, col mio bel libro di Tolstoj, le mie piantine che mi consigliano senza interesse e mio marito Massimo. Ci godiamo la vecchiaia! Sapit… Io ho fatto, per una vita, la gioielliera ma avrei voluto fare l’università! Lettere! Come mi piace stare sulla veranda, col mare che mi scruta il respiro e mi tiene compagnia, a leggere… E voi, voi che fate? Chi siete? Mi sembrate nu brav waglion…».
Le racconto bonariamente di me, mentre bevo uno dei caffè più densi e ammutolenti che abbia mai bevuto: «Sono Claudio signora, uno dei tanti esistenti sulla terra, Claudio come Baglioni, Claudio come Villa ma se doveste volermi associare ad un imperatore, ve ne prego, a Claudio il Gotico!». La signora scoppia in una risata roboante. Scopro che è una grande appassionata di storia romana (mi racconta che casa sua, su al sud, infatti, si erge su dei resti del I secolo d.c.) e mi dice: «battute di un certo spessore, fate eh!» mentre io tento di spiegarle che l’unico spessore che mi contraddistingue è quello della mia pancia anti-passerella marina.

Mi congedo di lì a poco per non disturbare oltre e lei decide di regalarmi, ancora chiedendo perdòno per un peccato già assolto in partenza, un vassoietto di sfogliatelle che s’era portata giù. Che persone straordinarie i campani.
Riprendo a camminare. Che meraviglia essere «flâneur» in Puglia. Il Romanico t’abbraccia da ogni parte, in un gioco composito di spigoli, bifore, cornicioni, rosoni, ballatoi, ippogrifi, leoni lucidi di grasso secolare: un rinascimento opacizzato. Ci si imbatte in tele seicentesche, reti da pesca, candele di porpora, ossari di gente buona, Pino Pascali, persone valorose, mosaici narranti, abbazie diroccate, cannoni di decorazione, come dovrebbero essere tutti i pezzi da artiglieria, chiesette barocche, pulpiti settecenteschi e signore rococò. Sì, rococò, bellissime, sedute su sedie di legno e spago, seggiole di vimini, «ciane» le definiva fiorentinamente Campana, a ciancicare: «u chenusc a cur, a ci appartën?» – «sacc… Però ten ne facc ca nen m cnveng…», con quelle mani nerborute, caravaggesche, «strascinate», sempre risaltate da qualche oro antico, la permanente, lo sguardo astuto, le labbra pungenti e quei vestitini lunghi a fiori che farebbero invidia anche a Marilyn Monroe.
Il sole apre i palazzi in due come fossero albicocche e mette in scena l’animo umano con una tale franchezza… Mi fermo su di una scalinata e, con l’arsura che mi scava dentro, scribacchino, prendo appunti. I cistercensi avevano tutto chiaro.

Sono un po’ malinconico. Francesca è coi marmocchi a San Gregorio del Matese e mi manca talmente la sua voce che vado a recuperare, su WhatsApp, audio già ascoltati pur di sentirla vicina. Lì un latitante sarebbe al sicuro: non piglia manco l’antenna della tv. Non vedo l’ora che torni. Ci sono le stelle da vedere. Che poi è una frase buffa… Come se le stelle d’inverno non pagassero la bolletta (coi prezzi di oggi, porelle, le capirei) e fossero impervie all’occhio.

D’inverno sono più belle, secondo me, come il mare. Sono solo tue. È solo tuo quando, prepotente, ti nebulizza l’aria dei pesci. In estate, di particolare, c’è solo la sfida di tuffi annuale del 10-11-12 agosto: «Capriole in atmosfera». Un evento curato magistralmente dalla società antinquinamento luminoso «Sciame meteorico». Una bella iniziativa. Abbiamo, noi due, un posto tutto nostro dove vederle: c’è una caletta, fra Giovinazzo e Santo Spirito, dimenticata anche dagli ossi di seppia. Lì, lontani dal baccano dei gelatai, degli spritz, del reggaeton, ci godiamo il profumo delle stelle, che dal borgo non si sente.
Concludo la mia «passiata» sotto l’arco quadrupede di Traiano, lì accendo uno zampirone di tabacco che mi protegge, per qualche minuto, dalle zanzare e osservo: «acchjemendo» (occhio + mente: «squadro») i passanti, sgocciolanti come dipinti di Dalì ma felicissimi, felici di essere pugliesi, felici di esserlo anche solo pro tempore. Qualcuno ha fra i denti le orme inconfondibili della focaccia, altri giocano a nascondino con gli impegni che, così ingenti e senza salario minimo, non meritano, non meritiamo.
In fondo anche al sud, terra della lentezza, elogio della quiete, mosaico di popoli, sono sicuro che se non dovessimo faremmo comunque, tesi costantemente, da secoli, a dare il nostro contributo a questa fetta di globo, perché ci va. Siamo belli noi al sud, mai languidi. Sono belli tutti al sud perché, immersi in questa cartolina che dovrebbe essere anche sostanza, perché la materia prima c’è, eccome, l’anima si gonfia e diventa invincibile. Terra del cuore. Terra di verità. Unica terra possibile.

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