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IL CINEMA IN PUGLIA

La love story tra Ercole e Deianira in un peplum-horror a Castellana

Il film diretto da Mario Bava nel ricordo di Bava jr: «Papà saccheggiò la mia collezione di minerali»

Tra le produzioni cinematografiche che in quasi settanta degli oltre ottanta anni trascorsi dalla scoperta - avvenuta nel 1938 per opera del professor Franco Anelli - delle Grotte di Castellana furono realizzate nel giacimento carsico, «Ercole al centro della terra», girata nel 1961 dal «padre» dell’horror italiano Mario Bava, è certamente fra le più importanti della filmografia italiana, a tal punto da incassare circa 400 milioni di lire dell’epoca anche grazie alla distribuzione con vari titoli in inglese nel Regno Unito e in Francia, Paese in cui ottenne il maggiore successo.

Considerato da molti il miglior prodotto del sottogenere peplum, ovvero della ricca serie di lungometraggi in costume e ambientati in periodi storici intrisi di mitologia, il racconto scritto dal regista - nell’occasione affiancato dal giovane Aristide Massaccesi che poi diverrà con lo pseudonimo di Joe D’Amato vero e proprio «Re Mida» del porno - insieme al grande sceneggiatore Sandro Continenza (fra i principali autori di Totò) è incentrato sull’amore eterno per Deianira (impersonata dalla bellissima Leonora Ruffo, nome d’arte di Bruna Bovi, zia di Claudia Mori e tra le principali interpreti del peplum italiano) del semidio forzuto per antonomasia.

In questa avventurosa vicenda, Ercole (l’imponente attore inglese Reg Park, pioniere del culturismo e per tre volte Mister Universo) è alle prese con l’Averno, il mondo delle anime della mitologia greco-romana, per salvare la sua amata da una maledizione architettata per spodestarla dal trono di Ecalia dallo zio Lico, interpretato dal britannico Christopher Lee (doppiato dall’indimenticabile Nando Gazzolo), il più noto dei Dracula cinematografici che questa volta, per travagliata scelta del regista, getta via i dentini da vampiro per una delle scene più spasmodiche della pellicola.

Una storia ben articolata e ben sottolineata dalle musiche di un mostro sacro come Armando Trovajoli che segna una svolta per il genere grazie al genio di Mario Bava, negli anni a venire divenuto punto di riferimento per registi hollywoodiani come Quentin Tarantino.

Mario Bava riuscì a combinarne perfettamente i caratteri distintivi del racconto mitologico con la suspense generata dalle crude immagini - rivoli di sangue, spade conficcate, variegati strumenti di tortura fino agli immancabili morti viventi - dell’horror, da lui proposto per la prima volta un anno prima con «La maschera del demonio». Immagini che, considerato il tema, trovarono la migliore collocazione proprio nelle Grotte di Castellana quali luogo più simile al centro della terra.

L’intuito venne allo scenografo Franco Lolli che le caverne castellanesi le aveva visitate, apprezzate e vissute otto anni prima in occasione delle riprese de «L’età dell’amore» (cui abbiamo dedicato una puntata di questa rubrica) e che in questa occasione, grazie a luci variopinte, rendono benissimo l’idea dell’Averno.

«Avevo già sentito raccontare che mio padre avesse girato qualcosa nelle Grotte di Castellana ma non ho ricordi nitidi - ammette candidamente Lamberto Bava, 76enne figlio del regista di «Ercole al centro della terra» e a sua volta regista, sceneggiatore e produttore cinetelevisivo capace di raccogliere numerose soddisfazioni in oltre 55 anni di carriera -. All’epoca ero troppo giovane e non avevo ancora il piacere di seguire assiduamente papà, come avvenne qualche anno dopo. Peraltro all’epoca per risparmiare sugli alberghi si cercava di girare a massimo 55 chilometri di distanza da Roma, a tal punto che tantissimi western venivano realizzati nell’attuale riserva naturale di Tor Caldara nel comune di Anzio».

Al legame tra Mario Bava e le Grotte di Castellana contribuisce anche l’aneddoto raccontato dal regista partenopeo Ciro Ippolito su queste pagine e nel suo gradevole libro «Un napoletano a Hollywood» sui retroscena del film «Alien 2 sulla terra». Dopo una settimana di riprese, l’allora produttore e il regista designato Biagio Proietti si resero conto di non poter proseguire e Ippolito contattò Mario Bava per chiedergli di curare la regia. Non se ne fece nulla perché Bava era in procinto di cominciare un suo film ma incoraggiò Ippolito a debuttare dietro la macchina da presa confidandogli un segreto: nei film la trippa fa sempre paura. Ippolito, alle prese con un budget ristretto, dapprima tentò la costruzione del mostro alieno con le interiora animali, poi inventò una soggettiva, ovvero la visione dalla parte del mostro, che gli consentì di ovviare a costi maggiori.

«Mentre scriveva il libro - racconta ancora Lamberto Bava, capace di ottenere ottimi successi cinematografici con altri miti dell’horror italiano come Dario Argento oltre che da solo in cult come «Le foto di Gioia» con l’esuberante Serena Grandi -, Ippolito mi chiese qualcosa ma l’unico particolare che ricordavo di quel film è che nel cast artistico c’era un giovanissimo Michele Soavi, con lo pseudonimo di Michael Shaw, diventato poi un ottimo regista».

Di Grotte di Castellana però il maestro Bava junior ne ha sentito parlare, eccome: «So bene che sono fra le mete turistiche più belle d’Italia e prima o poi riuscirò a vederle, per adesso sto cercando di capire come poter rientrare a Roma dalla Sardegna, visto il gran caos generato dalla pandemia. Per un mese e mezzo, data anche la mia non più giovane età, sono stato piuttosto riservato andando una sola volta al ristorante e rispettando ogni distanza». Una conoscenza che deriva probabilmente dalla giovanile passione per le scenze naturali di Lamberto Bava che proprio in relazione a «Ercole al centro della terra» ricorda un simpatico aneddoto: «Per realizzare le scene in cui spiccano pietre dai particolari poteri - racconta il regista e il produttore della fortunata serie tv Mediaset “Fantaghirò” - mio padre saccheggiò la mia raccolta di minerali. Le sequenze però che ricordo maggiormente sono quella, molto horror, dell’emersione dei morti viventi e, soprattutto, quella della palude ribollente di lava che Ercole doveva attraversare per raggiungere una pietra luminosa. Mio padre la ricreò con un trucco cinematografico dei suoi, usando una padella di due metri di diametro, le stesse che gli spagnoli usano per la paella, in cui fece bollire della polenta. Ai quei tempi quando mio padre girava scene come queste in teatro la produzione era costretta a mettere una persona all’ingresso per impedire l’accesso, visto il gran numero di persone che volevano ammirarlo mentre creava scene in diretta con un gran movimento della macchina da presa e realizzando sovrimpressioni senza tecniche innovative, che sarebbero comparse negli anni successivi, come il blue back o l’effetto front projection».

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