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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Quella panchina di Villa Borghese

Quella panchina di Villa Borghese

È notte e a Roma dovrebbe sentirsi, nel silenzio, il ruggito dei leoni. Così la pensava Carlo Levi

21 Luglio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Sulla panchina a Villa Borghese è bello appoggiare le spalle al legno un po’ marcito e screpolato, riposare le gambe, lasciare ai piedi il tempo di pensare liberamente.
È notte. E di notte a Roma dovrebbe sentirsi il ruggito dei leoni; così la pensava Carlo Levi. Il silenzio ruggente però stanotte è incrinato da una musicaccia che viene dalla Casina Valadier.
Illuminata tra alberi perplessi ospita di sicuro una festa; sulla terrazza persone con calici fanno boccacche sia al silenzio sia ai possibili leoni. Però qui sulla panchina i graffi della musica fanno meno male. Posso osservare il popolo degli alberi prepararsi a un sonno stormente e i busti chiudere gli occhi sulle dimenticanze dei rari passanti.
Piazza del Popolo da qui non si vede, ma se ne avverte la presenza. L’obelisco al centro; i curvi perimetri murari; le fontane ai due lati a far suono d’acqua in rima con l’acqua centrale; le statue; i leoni (eccoli!); e soprattutto le pietre disposte come un giardino zen: ogni cosa arriva sin qui essenzializzata, riallestita nello spazio della mente.
Sulla panchina a Villa Borghese è bello dar forma alle immagini delle notte. Aspettare che i piedi chiedano di rimettersi in moto, di esplorare, di rimappare il Pincio.
Innanzitutto facciamo esercizio di orientamento.
L’aranceria è di qua o di là?
Il laghetto con le barchette e il bar adiacente è vicino o lontano?
La Galleria e i suoi giardini geometrici dove sono?
L’unica bussola sono i sensi i ricordi le suggestioni del momento. Nelle sale della Galleria le opere fanno fosforescenza muta. La Paolina Borghese del Canova volta le spalle; Caravaggio fa di sé un martire; Tiziano s’interroga sulle differenze tra l’amore sacro e l’amore profano, mentre gli angeli fanno sospiro d’ali.
Sulla panchina di Villa Borghese alberi opere acque ruscellanti statue e piedi in riposo fanno comunità d’intenti utopici. Si ridicono in nuovi ricami; fanno corteo d’ipotesi; scostano le immagini di una Roma amareggiata; e liberano l’aria dalla musicaccia.
Il silenzio notturno ritorna a fluire; fa lenzuolo su cui appoggiare i sensi; è cuscino utile a far decollare i sogni.
Riaffluiscono energie percettive. Si va verso le origini. Le fontane ridiventano fonti.
I leoni di piazza del Popolo davvero ruggiscono facendo tremare la solitudine delle pietre. È qui, nei dintorni, in una camera d’albergo, durante la luna di miele dei miei genitori, che sono stato concepito.
Ho Villa Borghese nel DNA.
Sai che è proprio quel che sta nel prima di te a farti resistenza.
Sai e non sai.
I ricordi non sono ancora dei veri ricordi; s’infilano nei vicoli labirintici del prima; fanno vortice; si perdono come i palloncini sfuggiti di mano ai bambini. Forse è per questo che i piedi formicolano; vogliono passi.
Mi alzo, lascio la panchina, comincio a vagare.
Opere alberi statue si fanno da parte.
È notte, solitudine spadroneggia, acqua solfeggia.
Acqua, sì, acqua guida i tragitti.
Guarda, sei prossimo a una fontana che fa laghetto, alberi strani come proscenio. Alzi gli occhi e si fa avanti un orologio, un vero orologio anche se non è chiaro quali ore batta e a quali latitudini. Ha le lancette, i numerini a girotondo, la tornitura della cassa dove batte il suo cuore metallico. Abbassi gli occhi e ti accorgi che l’orologio ha un suo sottomondo, simile a una pendola.
Una luce lattea fa scorgere l’oscillare del pendaglio. Sembra indipendente dalle lancette; è marea sibillina; onda segreta che si diffonde per tutta la Villa.
Orologio alberi acqua io che guardo notte leoni che ruggiscono in silenzio danzano nella notte.
Roma fa opera di ricordo.
Chi sono, si dice?
Quanta acqua scorre lutulenta sotto i miei ponti?
Un gatto adesso attraversa una piazza del Popolo simile a un’astronave di pietra appena atterrata da un Egitto della mente. Lo vedi che struscia la coda negli angoli; nessuno osa interrompere il suo cammino, nemmeno i gabbiani con lo stomaco vuoto e gli occhi allucinati.
Va in diagonale, sicuro e sinuoso. Ha il pelo fulvo, leggermente striato. Lo vedi che sicuro di sé costeggia le due chiese, oltrepassa la porta monumentale, sparisce nel buio.

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