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Meridiane

Quel Faro sul Gianicolo che sogna la brezza marina

Quel Faro sul Gianicolo che sogna la brezza marina

Come «burattinaio» della Capitale, osserva lo scorrere del Tevere. Lo costruirono i nostri emigrati in Argentina

07 Luglio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

A Roma soggiorna un Faro incongruo.
Tocca il cielo del Gianicolo e quando ne ha voglia screzia la notte facendo ruotare i colori della bandiera italiana.
Lo fecero costruire i nostri emigranti in Argentina a cinquant’anni dall’Unità del Paese che erano stati costretti ad abbandonare.
Sulla collina aleggiano la Repubblica Romana del 1849, Anita e Garibaldi.
Se passeggi nel Parco che si sporge vasto sulla città, puoi avere l’impressione di entrare in un’allucinazione garibaldina. Sotto ogni busto c’è lo stesso cognome, sempre il suo. È lui diramato nella sua famiglia, una rima che si ripete, un guardarsi con gli stessi occhi.
Il Faro del Gianicolo agognerebbe il mare, che sente non distante, verso Ostia. Sotto di lui, però, c’è solo l’acqua lutulenta del Tevere.
Serpeggia sotto a ponti maestosi, fa bivio all’Isola Tiberina, costeggia il Testaccio, si perde nel selvaggio.
Il Faro, bianco e svettante come quello di Leuca, ha imponenza da vendere, anche se pochi sembrano fargli caso.
Lui legge il tempo della città quasi in incognito; fa finta di essersi addormentato; e solo quando il crepuscolo è gremito dai volteggi acrobatici delle rondini, sembra mandare un suo segnale morse fatto di cromie.
Non si sente nessun ticchettio; non è un orologio.
Però nel suo lassù medita tempo.
Sul Gianicolo a mezzogiorno sono soliti sparare un colpo di cannone. Chi è nei dintorni sobbalza per un attimo, poi guarda l’orologio e si batte la mano sulla fronte.
È l’ora dello zenith; da lì in poi la giornata discende, si arrotola, si frastorna in attività a disperdimento.
Nelle chiese si dicono messe; nelle trattorie trasteverine si preparano tavoli con le tovaglie a quadri; un negozietto all’angolo colleziona oroscopi ticchettanti e meridianine da passeggio.
Il Faro lassù aspetta la notte. Il suo biancore fa luccichio nello scurore. Arriva il silenzio.
Non lontano c’è un lago a forma di fontana; l’acqua è sempre al colmo; si tuffa negli angoli; si disperde nel sotttosuolo berniniano; fa ritorno come pozza lustrale a battezzare la salita di chi si avventura sin qui.
Il Faro del Gianicolo è per me rito di sguardo, compiuto da un giardino che s’insinua ai lati della Lungara.
L’orto Botanico dopo l’arco, Raffaello che incanta tra Palazzo Corsini e Villa Farnesina, il carcere di Regina Coeli a panopticon selvaggio, le scalinate, gli studi degli artisti, i negozietti di fortuna: ogni cosa il Faro tiene da lassù come un burattinaio che la sa lunga, mentre lo guardo, lo osservo, lo studio, facendomi investire dal suo linguaggio.
Il Faro gira intorno, spingendosi fino al Sudamerica; i suoi viaggi non sconoscono le grida a strazio che vengono dai finestroni oscurati del carcere.
Per lui Roma a quest’ora si chiude come un fazzoletto da mettere nel taschino.
Forse sogna di essere alto su Leuca, di avere a favore la brezza che viene dal mare, di sentire il sale sulla lingua, di avvertire la presenza nascostamente a vista di mondi lontani.
Ogni ponte si gira a guardare.
Roma ne fa collezione. Cambiano gli archi, gli appoggi, le inarcature nell’aria; ognuno ha la sua storia, il suo modo di esistere al cospetto del Tevere verdogliolo e assassinato, eppure ancora pronto a scorrere a scorrere a scorrere.
Il Faro fa calendario d’acqua. Gli manca il mare, certo. Ma forse riesce a riprodurselo nella sua immaginazione spiraliforme.
Adesso è notte profonda. Girano i colori dell’Italia, di un’Italia sconfortata, perduta in un sonnambulismo infausto, ossequiante riti inutili.
Il Faro e i Ponti sono lì in attesa di parole chiare.
Pensano a Sandro Penna: «Faccio il ponte che – tutti dicono – ha delle statue così brutte. Che si dovrebbero demolire. Io penso che sono belle perché da tanti anni il ponte ci vive insieme. E d’altronde non ho mai capito quello che è bello e quello che è brutto. Mi pare che tutto quello che esiste sia bello perché esiste o, anche sia brutto per la stessa ragione, secondo l’animo ma non in se stesso».
Sì, secondo l’animo ma non in se stesso. Cioè seguendo l’istinto naturale della relazione, le fertili malinconie di un Faro senza mare.

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