Sabato 08 Ottobre 2022 | 00:28

In Puglia e Basilicata

Meridiane

A Tangeri si arriva in treno veloce

A Tangeri si arriva in treno veloce

La stazione è linda; il mare oceanico la lambisce di sbieco: un gran lungomare da sperdere i passi

23 Giugno 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

A Tangeri si va in treno veloce, il primo perforatore di paesaggio del NordAfrica. Velocità e passo desertico marocchino fanno a pugni; ma tant’è, ovunque si spinge il formicolio del far presto, non si sa se assecondando insensatezze o martellando necessità.
La stazione è linda; il mare oceanico la lambisce di sbieco; un gran lungomare da sperdere i passi. Tangeri ha un nome sonante. Ci si va anche per ascoltarne il suono. Forse andandoci si faranno incontri, si stringerà la mano a fantasmi che vissero qui; o forse ci si va per ascoltare l’eco delle grotte di Ercole.
Arrivo e subito mi perdo. La città sale a intrico. Avrei un obiettivo, ma lo dimentico all’istante. Sono al Petit Socco o al Grand Socco? Entrambe le piazze fanno occhiolino e spariscono negli antri della Medina. Devio ed entro in un cimitero petroso. Un cane prima abbaia, poi mi accompagna. Il guardiano offre rametti di rosmarino; come a Fes, in prossimità delle concerie, ti mettono sotto il naso foglie di menta. Ma qui non c’è puzza. Il vento fa mulinelli tra le pietre; in fondo si apre la vista del mare.
Di quale mare si tratta: dell’Oceano Atlantico o del Mar Mediterraneo? Ecco, ricordo: a Tangeri sono venuto proprio per guardare il miscuglio delle acque; per fare esperienza di Stretto, qui Gibilterra lì Scilla e Cariddi. Dalla Terrasse des Paresseux oggi si vede la costa spagnola? Metto la monetina nel binocolo ma non so come puntare l’obiettivo; ogni cosa è sperdimento d’occhi.
Un signore con un cappellino capovolto mi guarda sorridendo. Sulla terrazza dei pigri lui ci va per ingannare il tempo. Viene da Rabat, dice alla moglie lievi bugie e giunge qui, da dove forse vedrà tornare il figlio migrante.
L’obiettivo si oscura; il tempo della vista è scaduto. Scendo a serpentina verso il mare; incontro un luogo più vociante degli altri: è il mercato del pesce.
Anche gli occhi dei pesci sono scaduti, strappati come sono stati dall’acqua. Sulle squame brillano ancora i guizzi fatti ad arte sui fondali, nella libertà della navigazione in virtù di pinne agili e silenziose.
Sotto ai banconi se ne stanno squarciati immensi tonni, troppo grandi per stare nel sopra in mostra. Dormono senza sonno ad occhi che ancora guardano nel nulla.
Ognuno sceglie il pasto del mezzogiorno; porta con sé nella busta gocciolante il taglio che più gli aggrada.
I pesci rispondono al vociare delle contrattazioni con un mutismo infinito, tambureggiato di domande che si son perse da sempre nel vento.
Scendo ma il mare è sempre più distante. M’infilo in un’altra piazza e la strada s’inerpica; si fa bianca; sembra chi stia andando verso il Partenone e invece sono qui, nella Tangeri agognata da chi scappava dall’Europa in sentiero inverso rispetto al figlio del signore con il cappellino storto.
Salgo finché posso; dovrei farmi aiutare da un taxi, ma la cocciutaggine del passo prevale.
Salgo a sperdimento di fiato dimenticando perché Tangeri esiste sotto il cocente sole dell’Africa.
Finché il paesaggio si spalanca; è roccia spigolosa; ci sono tombe antichissime lasciate sole nell’aria; c’è la costa di fronte; e c’è a un dipresso, alla fine di un viottolo, il Café Hafa.
Senza saperlo, era proprio qui che volevo approdare.
Mi siedo, guardandomi attorno. I tavolini seguono il terrazzamento della costa; hanno il piano di ceramica che si accosta a sedie di plastica.
Qui si beve quasi esclusivamente tè alla menta. Un ragazzo porta in giro i bicchieri bollenti incastonati in un aggeggio fatto in ferro, ogni bicchiere nel suo alloggiamento.
Il tè mi fuma davanti, mentre ognuno si sporge a guardare. Venire qui ha qualcosa di simile a un rito. Qui lo Stretto dice se stesso.
Mi sembra di stare a Gradola, il lido terrazzato di Anacapri. O di sporgermi da una terrezza di Positano.
Colori simili: turchesi, azzurri, blu oltremare.
Ma qui, al Café Hafa, un europeo viene per ribaltare lo sguardo.
L’Oceano di qui, il Mediterraneo di lì. E di lì se ne sta un occidente prigioniero, come scrive Milan Kundera, l’Europa da cui vengo, un luogo che non sa più dove mettere gli occhi.
E da qui se ne avverte il silenzio stranito nel rotolio mischiato delle onde.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Calendario dei post

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

 

PODCAST

 

i più visti della sezione

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725