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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Cordoba e il ponte che unisce i mondi

Cordoba e il ponte che unisce i mondi

Corano e Bibbia messi a coltura nell'architettura. Islam e Cristianesimo: geometrie astratte e figurazioni umane

12 Maggio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Cosa ci sarà di là? Cosa aspetta gli occhi dopo il ponte romano di Cordoba? Che ritmo, le sue campate aggettanti e bombate. Il Guadalquivir ci passa sotto con circospezione. Le sue acque è come se tirassero il freno per carezzare a dovere le pietre antiche e chiare, per poi fare mulinello a saluto rapido dei mulini che c’erano, certo c’erano e ancora oggi fanno la ruota nei sogni.

Ti sembra di vedere Antonio Machado che stringe gli occhi e fa lieto il passo dipingendo nella mente un nuovo verso a Guiomar. Anche Franz Kafka passava per il ponte Carlo, tante latitudini di là, «con bombetta,

vestito di nero», come lo fa suo Angelo Maria Ripellino. E Malte su quale ponte osserva l’omino che sobbalza nella sua solitudine camminante, i muscoli tutt’attorno al collo a far guerra al corpo.

Ogni ponte ne richiama un altro e tutti i ponti, mentre cammini su quello di Cordoba, si danno a convegno di pietre, fanno che si guardi dall’altra parte senza chiedersi cosa davvero ci aspetti, quale nuovo quartiere, quale pezzo ancorato di città si disegni nell’aria.

Mi avvicino al ponte vecchio e osservo la sua curvatura che per un attimo lancia gli occhi nell’infinito. Non si vede altro che cielo andaluso, quasi al tramonto, le luci dei lampioni ancora spenti ma in procinto d’infiammarsi per dare chiarore alla notte.

Si avvicendano i musicisti di strada. Ognuno usa un strumento attraverso il quale mulina ricordi intonazioni malinconie strade perdute. La statua di San Rafael in bilico sulla balaustra ascolta a tocchi d’udito impercettibili poi torna all’immobile torpore della pietra torta in forma umana. Le candele rosse tutt’intorno sono fiammelle in cerca d’alfabeto. Ecco, adesso mi giro. La città si fa forme di cupole; emerge la Mezquita senza lasciare vedere l’intrico di colonne e archi che fanno ressa muta all’interno.

Da qui il ricordo di quel luogo appena visionato frattura il passo. Mi fermo al centro, non penso più di raggiungere l’altra sponda. Ponte, archi, colonne si mescolano nella mente. Sono pioggia di tempi a ventaglio che cadono a dire come il tempo sia clessidra bianca, meridiana dimenticata in un cantuccio, lascito testamentario di civiltà che si sono toccate, facendosi guerra, spargendo sangue, ma costrette alla contiguità in una enorme moschea che ha dentro una chiesa cattolica con le sue cappelle, gli altari, i cori lignei, le balaustre di marmi dalle cromie irrequiete.

Corano e Bibbia messi a coltura nell’architettura; Islam e Cristianesimo; geometrie astratte e figurazioni umane; invenzioni di mondi da dare come compagnia alle persone nel tempo e nello spazio lungo la metrica dei secoli.

Il ponte sa come congiungere; e sta lì da così tanto tempo che si è fatto maestro d’andirivieni. Sul suo dorso hanno risuonato i passi più diversi eppure sempre uguali nello stupore di essere sostenuti nel vuoto.

Torno indietro; riprendo il lungofiume; viro all’interno verso la piazza della Corredera. Lungo la strada gli alberi di arance sono così tanti che non sapresti tenerne il conto. I frutti cadono per terra, plaf: fanno pozzangherine di succo e di suono.

Le arance sugli alberi sono soli a grappoli, universi plurimi, sono stati zagara da stordire i sensi, adesso fanno poltiglia di sé, tempo esploso, stelle cadute a segnare ricordi di costellazioni perdute.

I vicoli si torcono, mi lascio gli angoli alle spalle, si annuncia nei suoni un gran catino vuoto, come avviene a Venezia nella prossimità dei Campi più vasti. La piazza della Corredera è rettangolare, tutta archi, tutti uguali, tutti a segnare un dentro-fuori. Al centro, sull’impiantito petroso, i tavolini dei bar e dei ristoranti, le panchine sopra le quali siedono madri in attesa che i giochi dei figli finiscano; un oste prepara una sangria con metodo rapido e sapido. Nella piazza il tempo prima fa vortice e poi si distende. Qui la geometria è implacabile, ti senti stretto in un abbraccio stretto stretto. Ti viene da metterti in cantuccio e di dire a te stesso: Cordoba ti amo. Il ponte romano adesso è festa di luci.

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