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L'Italia di "Tutti a casa"

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«Signor colonnello, accade una cosa incredibile... I tedeschi si sono alleati con gli americani. Ci stanno attaccando!». È una delle memorabili battute di Alberto Sordi in Tutti a casa di Luigi Comencini (1960), la cui copia restaurata e integrata con alcuni frammenti tagliati a suo tempo sarà proiettata stasera in «prima» mondiale a Venezia. Una preapertura di rilievo per la Mostra del cinema diretta da Alberto Barbera.

Il film con l’indimenticabile sottotenente Innocenzi, uno dei personaggi più riusciti nella galleria italiana di Albertone, restituisce il caos e le speranze degli avvenimenti successivi all’8 settembre 1943 e, di lì a poco, delle «quattro giornate di Napoli». Ha ragione Sergio Toffetti, coordinatore della Cineteca Nazionale che ha promosso il restauro, quando ricorda che «Tutti a casa fotografa il disorientamento del popolo italiano di fronte al “ribaltone” meglio di qualunque analisi storica. Innocenzi intraprende il suo viaggio spinto da un insieme di coraggio e di viltà, di disincanto e di umana pietà, trasformando il capolavoro di Comencini (ideale contraltare del Paisà rosselliniano) in una fondamentale testimonianza dell’identità italiana».

Comencini per ironia della sorte era nato nel 1907 a Salò dove il fascismo in feroce declino si arroccò nella Repubblica sociale italiana a partire dall’autunno del fatale 1943. Il regista era figlio di un ingegnere presto trasferitosi a Parigi. Nella temperie della capitale francese il giovanissimo Luigi «scoprì» il cinema e cominciò a coltivarne la passione, prima di intraprendere gli studi di Architettura a Milano dove mosse i primi passi quale critico e dove in seguito avrebbe fondato la Cineteca Italiana insieme con Alberto Lattuada.

Nella prefazione alla sceneggiatura di Tutti a casa, Comencini scrive: «Non è un film di guerra. È un viaggio attraverso l’Italia in guerra compiuto da quattro uomini allo sbando (quattro “stupidi” senza soldi) che vogliono ritornare a casa. Sordi non è un vigliacco, ma un ufficiale che tiene immensamente al proprio grado e che fino alla fine cerca di compiere quello che ritiene il proprio dovere. L’unico problema è che, senza saperlo, non ha capito nulla» (Tutti a casa. Un film di Dino De Laurentiis, Salvatore Sciascia ed., 1960, premessa di Alberto Bevilacqua).

Riconsiderato oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, Tutti a casa appare vivido, commovente e divertente, mentre suona logora l’etichetta di «neorealismo rosa» o qualunquista (oggi si direbbe pop) che fu affibbiata a Comencini dalla critica ideologizzata dell’epoca dopo i clamorosi successi di Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia nella prima metà degli anni ’50. Vero è che nelle sue opere c’è un’attenzione verso le ragioni del pubblico che spesso è assente nelle pellicole postbelliche dei capiscuola Rossellini, Visconti, De Sica, Zavattini, ma questa corda in Tutti a casa non è affatto un limite, anzi. Per esempio, la scena della scala per salire in cima al campanile sulla quale i fuggitivi si arrampicano al ritmo dell’Ave Maria recitata dalle donne in chiesa (in modo che la preghiera copra il rumore alle orecchie dei soldati tedeschi) e quella della polenta al misero desco con l’ufficiale americano che tenta di «usurpare» la salsiccia centrale, riescono a stemperare la drammaticità delle situazioni con un sorriso amaro.

Certo, è la cifra tipica degli sceneggiatori Age e Scarpelli, autori della sceneggiatura con Marcello Fondato e lo stesso Comencini. Ma conta sopratutto una rilettura della storia nazionale che elegge l’«eroismo per caso» a carattere italiano non occasionale, come già si era visto un anno prima - nel 1959 - in La grande guerra di Mario Monicelli, riferito al primo conflitto mondiale, e in Estate violenta di Valerio Zurlini. In tempi di «guerra fredda» Usa-Urss e di arcigne opzioni tra due campi, questa mitezza italiana pronta a darsi e a farsi coraggio non poteva essere apprezzata in pieno. Eppure Tutti a casa la coglie e la immortala nello struggente sguardo del geniere Ceccarelli (Serge Reggiani) prigioniero sul camion quando intravede il balcone coi panni stesi della sua povera dimora napoletana. D’altro canto, ecco il «Signorsì» di Sordi / Innocenzi (nomen omen?) rivolto al partigiano che gli ordina di sparare sui nazisti nella scena finale del film. La gerarchia è saltata e nella babele dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 (il cartello conclusivo del film avvisa che siamo al 28 settembre delle Giornate di Napoli), il Nostro finalmente ha cominciato a capire. Sebbene non vi sia alcunché da capire nei momenti più tragici di «uno scandalo che dura da diecimila anni», come racconterà Comencini portando sullo schermo La storia di Elsa Morante (a Venezia giusto trent’anni fa, 1986).

Comencini sa cogliere l’Italia più autentica, colta e popolare al tempo stesso, di là dai suoi limiti e dalla sua vanagloria, e spesso con lo sguardo candido e acutissimo dell’infanzia. Tale qualità sarà all’apice nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972) che rinverdisce il classico di Collodi e diventa a sua volta un classico (il che non gli era riuscito con Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano del 1969). Senza dimenticare che il protestante valdese Comencini si misurò con il cattolicesimo in Cercasi Gesù (1982), intuendo, col senno di poi, la valenza predicatoria del giovane comico Beppe Grillo che in quel film caustico veniva scelto per prestare il volto a un Cristo «moderno».

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