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Quando periodicamente qualcuno parla di «morte del cinema», non credetegli. Sulle prime magari riesce difficile trovare titoli dei giorni nostri da contrapporre alla sentenza, tuttavia ci sono, ci sono. Eccone uno, che vinse il Premio speciale della giuria a Cannes 2009 nella sezione «Un certain regard». Paradossalmente, si può riaffermare la vitalità dello sguardo cinematografico trattando un tema luttuoso, come è accaduto di recente anche con il sublime Departures del giapponese Yojiro Takita. Parliamo ora di Le Père de mes enfants, opera seconda della ventinovenne francese Mia Hansen-Løve (splendido cognome amoroso), ispirato alla storia vera di Humbert Balsan.

Balsan era una baldanzosa figura di produttore e gentiluomo con una predilezione per il cinema arabo grazie al sodalizio con il maestro egiziano Youssef Chahine e per il cinema al femminile delle Claire Denis, Sandrine Veysset, Yolande Moreau. Da ultimo, fu mentore della giovanissima Hansen-Løve di cui avrebbe voluto produrre l’esordio, Tout est pardonné. Il cinquantenne Balsan, suicida nel 2005 sotto la mole dei debiti, nel commiato del quotidiano parigino «Le Monde» veniva ricordato come un uomo «elegante, esuberante, coraggioso, che ha sempre sfoggiato la suprema cortesia del buon umore». Perciò la tragedia lasciò tutti stupefatti.

A interpretare Balsan, Mia Hansen-Løve ha chiamato un bravo attore di matrice teatrale, Louis-Do de Lencquesaing, che sul set è affiancato dalla sua vera figlia Alice de Lencquesaing e da una magnifica Chiara Caselli nel ruolo della moglie e madre italiana. È di quest’ultima il punto di vista privilegiato nel racconto. Infatti, a cinquanta minuti dall’inizio del film, una pistolettata interrompe la giostra di contatti, telefonate, affanni finanziari del produttore, ma anche la sua estrema amorevolezza in famiglia. Chi era veramente Il padre dei miei figli? La condizione vedovile, con due bimbette e una ragazza ormai matura cui badare, diventa la chiave di lettura di un uomo e del suo mondo, il cinema, nel quale artigianato artistico e diktat industriali, relazioni interpersonali e obblighi bancari appaiono inestricabili.

Ex critico dei «Cahiers du Cinéma» come ai tempi di Truffaut, del quale evoca la «distratta» libertà della macchina da presa negli esterni parigini, Hansen-Løve parla di «chiarezza» come ambizione essenziale del suo lavoro. Sostiene Mia: «Malgrado non creda in Dio, per me il cinema non può essere altro che ricerca di luce, è quindi ricerca dell’invisibile». L’assunto si manifesta in una delle scene più belle del film, quando un blackout sospende il dolore e, a lume di candela, restituisce un barlume di speranza e la gioia di scorgere perfino le stelle. Quasi un’allusione alle magiche lanterne di Ingmar Bergman (ma c’è chi direbbe che stiamo «prendendo lucciole», vedi la stroncatura riservata al film da Eugenio Renzi degli stessi «Cahiers»).
«Mamma, lui ci ha rinnegato. Ha preferito il vuoto», dice la figlia più grande, ambivalente rispetto al padre del quale - oltretutto - ha scoperto che aveva un rampollo da un’altra donna. La replica materna è ferma e tenerissima, mentre tenta di offrire continuità all’impegno del marito e di salvarne la società.

Con un pudore insolito (fa testo il laconico suicidio), Il padre dei miei figli riserva intensi momenti italiani, al cospetto dei mosaici ravennati di Sant’Apollinare in Classe o nei bagni di acqua sulfurea del Senese che già sedussero Tarkovskij. Lì riaffiora una struggente nostalgia dell’infanzia che, appannandosi nell’adulto, può condurre al gesto folle. E il melodramma è compiuto quando sui titoli di coda Doris Day (nella foto) canta Que Sera Sera, What ever will be, will be. Concesso commuoversi. Doveroso ringraziare – a proposito di «mestieri del cinema» – la distribuzione «Teodora Film» di Vieri Razzini e Cesare Petrillo che sa rischiare in nome della qualità.

IL PADRE DEI MIEI FIGLI di Mia Hansen-Løve. Interpreti e personaggi principali: Chiara Caselli (Sylvia), Louis-Do de Lencquesaing (Grégoire Canvel), Alice de Lencquesaing (Clémence), Alice Gautier (Valentine), Manelle Driss (Billie). Drammatico, Francia, 2009. Durata: 108 minuti

Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno dell'11 giugno 2010  

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