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Dogman

Sarà «Dogman» di Matteo Garrone a rappresentare il cinema italiano alla selezione del premio Oscar per il miglior film in lingua straniera alla 91/a edizione degli  Academy Awards. Lo ha deciso la commissione selezionatrice  dell’Anica.  Il film di Garrone era di fatto più quotato alla vigilia, anche se, tra i ben 21 candidati italiani, sembra se la sia dovuta vedere con «Lazzaro Felice» di Alice Rohrwacher che avrebbe battuto di un soffio. Entrambi i film hanno avuto un riconoscimento a Cannes: «Dogman» aveva visto premiato Marcello Fonte per la miglior interpretazione maschile, mentre «Lazzaro Felice»   aveva vinto il premio alla sceneggiatura. «Ringrazio la commissione per aver scelto Dogman, regalandoci questa grande opportunità di cui siamo fieri e orgogliosi», si limita a commentare Garrone. Soddisfatto naturalmente Paolo Del Brocco di Rai Cinema, che lo ha coprodotto: «Il film è stato venduto già in oltre 40 Paesi e credo abbia tutte le caratteristiche per battersi con il cinema del resto del mondo. Matteo Garrone - aggiunge - è uno dei cineasti di maggiore talento del cinema italiano, insieme ai produttori Archimede e le Pacte siamo pronti ad accompagnarlo con grande entusiasmo in questa nuova avventura». Comunque bisognerà aspettare le nomination del 22 gennaio 2019 per sapere cosa accadrà davvero , mentre per la cerimonia di consegna degli Oscar a Los Angeles è in programma domenica 24 febbraio 2019. Riproponiamo qui la nostra recensione del film apparsa sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" lo scorso 18 maggio. 

DOGMAN di Matteo Garrone. Personaggi e interpreti principali: Marcello (Marcello Fonte), Edoardo Pesce (Simoncino). Drammatico, Italia, 2018. Durata: 102 minuti

Romanza criminale di Matteo Garrone: Dogman è melodioso e tragico, poetico e grottesco. Il film trova ispirazione in un caso di cronaca nera del 1988 («Il canaro» della Magliana che seviziò e uccise un delinquente della periferia romana), ma se ne distacca e diventa una nuova «favola crudele» nella galleria del regista cinquantenne, da sempre interessato all’orrido o al fantastico come altra/vera faccia del reale. Deformazioni, astrazioni, concrezioni ricorrono nel suo cinema «tenebroso», da L’imbalsamatore (2002) a Il racconto dei racconti (2015). Dogman è stato accolto con un lungo applauso dal pubblico di Cannes, donde Garrone tornò due volte con il Grand Prix, nel 2008 per Gomorra e nel 2012 per Reality

È ancora sugli schermi il «felliniano» Loro di Sorrentino e vien da pensare che anche Garrone sia un erede del Riminese e della sua aurea vena antropologica. Novelli Castore e Polluce, i dioscuri del cinema italiano di oggi - come un tempo Fellini e Antonioni, poi Bertolucci e Bellocchio - si completano a vicenda persino quando sembrano contraddirsi. Dal Divo su Andreotti a The Young Pope, fino a Loro incardinato sul Berlusconi ormai senile, Sorrentino si è votato all’esplorazione dei potenti, nella cui filigrana lascia affiorare e satireggia tic e tabù nazionali. Invece Garrone scandaglia la «microfisica del potere», per dirla con il filosofo Michel Foucault, che circola nelle relazioni sociali, fin giù nelle sentine. Sì, perché il degrado e lo svuotamento di senso parlano comunque di noi, della nostra volontà di potenza a petto dell’impotenza, dell’impossibile riscatto in certi contesti, della libido malcelata nella violenza.

Sceneggiato da Garrone con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, Dogman racconta la vita quotidiana di Marcello, che gestisce un piccolo negozio di toelettatura per cani («il canaro», appunto) in un indefinito spazio periurbano, né città né campagna. È uno scenario da residence post-apocalittico, con residui circensi negli spazi comuni, relitti umani troppo umani e scorie metafisiche (set nel Villaggio Coppola lungo la via Domitiana, in Campania). Marcello è una specie di... sottoproletario piccolo piccolo (inevitabile il ricordo del Borghese di Cerami e del film di Monicelli con Sordi), il quale si trova di gran lunga più a suo agio con i randagi che con gli umani. È separato dalla moglie e si rallegra soltanto quando sta con la figlioletta Sofia (Alida Baldari Calabria). Frequenta un ex pugile suonato, il violento e cocainomane Simoncino (Edoardo Pesce), del quale è succube al punto da finire in carcere pur di non tradirlo. Ma all’ennesima angheria subita, Marcello metterà in atto la sua vendetta... 

Lo sguardo inebetito e candido e la bizzarra cadenza romanesca-calabrese del protagonista Marcello Fonte, strepitoso attore non professionista, «fanno» la storia. La cinepresa di Garrone non lo molla un istante, lo pedina e lo scruta, mentre affonda come una lama nel corpo vivo/morto dell’ambiente clanico, tribale, rinserrato in se stesso del quartiere. Dogman è una Gomorra pre-Gomorra, dove i buoni e i cattivi si confondono e si scambiano le parti in un perenne gioco a perdere per tutti. Oltre alla scena del piccolo animale «congelato» e poi salvato, che sta sollevando qualche polemica, il film riserva alcuni momenti memorabili. Per esempio, la corsa verso casa in motocicletta del protagonista con l’amico ferito che gli sviene addosso, e il finale sulla spiaggia dove Marcello urla, ma non viene ascoltato da chicchessia. Proprio come Marcello (Mastroianni) che nell’epilogo di La dolce vita di Fellini (1960) sulla battigia cercava di cogliere le parole nel vento della ragazzina, invano. I tempi cambiano, alla solitudine e al dolore restiamo sordi. 

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