Diario di classe
Ma a scuola a volte basta una scintilla
È una frase pronunciata sottovoce da un mio studente nelle scorse settimane e che ho conservato con cura, scritta in fretta a matita nell’agenda, per paura che fosse inghiottita dai miei pensieri erranti e che invece è rimasta cocciutamente lì, ferma, in attesa che trovasse posto in queste pagine
A volte basta una scintilla. È una frase pronunciata sottovoce da un mio studente nelle scorse settimane e che ho conservato con cura, scritta in fretta a matita nell’agenda, per paura che fosse inghiottita dai miei pensieri erranti e che invece è rimasta cocciutamente lì, ferma, in attesa che trovasse posto in queste pagine.
In questi giorni siamo presi dai primi adempimenti burocratici, ci chiedono di programmare il nostro lavoro nelle classi e di farlo partendo dall’osservazione degli studenti. Ci capita spesso di domandarci, mentre siamo seduti di fronte a questa platea di adolescenti, chi sono e con quali parole descriverli, come incasellare i loro comportamenti, il loro interesse/disinteresse, la loro partecipazione, le loro relazioni, complicate e altalenanti. Come trovare le parole giuste per raccontare anche l’intangibile di chi non ha preso ancora forma. Mutevoli e sempre alieni, nonostante gli anni di esperienza, incomprensibili, ma sempre in attesa della parola giusta, di un feedback positivo che possa cambiare la giornata e che possa cambiare l’umore.
A volte serve una scintilla, e la scintilla è la parola detta per far nascere l’autostima, il desiderio di mettersi alla prova o far scaturire la consapevolezza del tutto nuova, di essere capaci, di essere in grado di divenire grandi.
Del resto i miei giovani alunni, che abitano queste classi poco più che quattordicenni, si costruiscono nello sguardo degli altri, sono nel riflesso dell’altro, prendono forma attraverso gli occhi di chi li osserva.
A volte basta una scintilla.
Ma se la scintilla non prende fuoco? Allora può capitare di perdere un’occasione , di vederli disinteressati, dormienti, in attesa del suono della campanella che non arriva mai.
E ciò che penso guardando Antonella, occhi tristi, capelli lunghi che sembrano fatti per coprire il viso. Ci guarda appena, non con sufficienza, ma con un distacco che sembra non lasciare alcuna possibilità di avvicinamento. Ferma, quasi immobile, seduta nel suo banco, mentre il suo sguardo ci dice che è altrove.
Ti guardo con pudore Antonella, con il timore di invadere il tuo spazio, lo faccio mentre mi chiedo ogni mattina quale sarà la parola giusta, quale il tono da utilizzare per esserti più vicina.
Punto e a capo.
Resto in attesa, tengo per me la speranza che accada e che si accenda come fuoco all’improvviso l’interesse alla vita.
Punto e a capo.
Lo sai, resto qui in attesa.