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La sensazione del disgusto

A scuola di cucina

Asya Argentieri

Asya Argentieri

Asya Argentieri è una studentessa al secondo anno della Triennale di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. L'obiettivo che si prefigge questo blog è quello di far conoscere ogni aspetto del cibo e trasferire la passione della buona cucina non solo a coloro che ne conoscono il lato gustativo. Il cibo infatti, è molto di più di quello che viene rappresentato a tavola e che spesso non viene raccontato. La passione di Asya che per ragioni di studio ora gira il mondo allo scopo di conoscere le diverse culture e i metodi applicati alla cucina «deriva - racconta - anche dal luogo in cui sono nata: la Puglia». «Una regione in cui - aggiunge - nel passato il cibo assumeva particolari significati e che oggi abbiamo perso di vista».

Immaginate di essere al ristorante, e di ordinare il piatto che più vi colpisce. Dopo qualche minuto di attesa, ecco il cameriere pronto a servirvelo, e voi pronti a degustarlo, quando ad un tratto iniziate a fare una faccia strana, spalancate le fauci e arricciate il naso perché quel piatto ha qualcosa che non vi aspettavate, ed è così che chiaramente si legge sulla vostra faccia un espressione comune a tutto il genere umano: il disgusto. Ciò che sentirete dopo sarà avversione per quel cibo, e probabilmente disturbo accompagnato da nausea. Questa sensazione è erroneamente comparata al dispiacere per alcuni alimenti, ma in realtà non è la stessa cosa. Infatti, un alimento se non ci piace non per forza lo troviamo disgustoso

Perciò viene spontaneo chiedersi, cosa rende una sensazione disgustosa? Non è la differenza tra gli alimenti commestibili e non, ma bensì dipende da alcuni contesti particolari. Interessante è, inoltre, che questa sensazione è universale: citando alcuni scritti di Darwin sul disgusto, egli credeva che fosse un'emozione comune, come ha riportato nel suo libro. “Nella Terra del fuoco un indigeno toccò con un dito la carne fredda conservata che io stavo mangiando nel bivacco e, sentendola tenera, manifestò chiaramente un estremo disgusto mentre allo stesso tempo io fui molto disgustato del fatto che il mio pasto fosse stato toccato da un selvaggio nudo, benché le sue mani non sembrassero sporche”. Questo esempio fa comprendere che il disgusto è universale ed innato, in quanto l'indigeno non avrebbe potuto copiare l'espressione da uomini occidentali.

Il disgusto inoltre, può essere considerato come una vera arma per difendersi da ciò che potrebbe essere potenzialmente pericoloso per l'uomo. Un esempio che ci fa capire meglio questa visione sul disgusto è la sua manifestazione nei confronti di feci, sangue o cadaveri che potenzialmente sarebbero una risorsa di batteri. Altro aspetto interessante è che le donne percepiscono molto più facilmente le espressioni di disgusto, forse perché sono pronte a difendere i propri figli da cibi dannosi. Un altro fattore importante che agisce sulle diverse intensità del disgusto è l'età. Infatti, se chiedessimo a dei bambini di età inferiore ai 7 anni di bere una bevanda con feci e insetti dentro, non la berrebbero perché capiscono che è presente un pericolo, ma più della metà di essi berrebbe la stessa bevanda solo togliendo quelle parti dannose. Ma se facessimo la stessa domanda a degli adolescenti, non riuscirebbero a berla neanche dopo aver tolto quelli stessi ingredienti.

Concludiamo dicendo che il disgusto può essere più flessibile se c'è un apprendimento ed un'educazione dietro a quello che mangiamo, più esperienza accumuliamo più aumentiamo la nostra capacità di distinguere ciò che può essere davvero nocivo per la salute e ciò che invece la neofobia (la paura di assaggiare cibi nuovi) ci spinge a pensarlo.

Questo articolo fa riferimento a “Questione di gusto” di John Prescott.

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