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Il Nord «mangia» i nostri ospedali

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Nicola PEPE

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La verità, ogni giorno, diventa un bene sempre più prezioso. Talmente prezioso, che a qualcuno fa comodo tenerlo custodito. E così, chi ha il diritto di sapere, è costretto ad accontentarsi di mezze verità

Il Nord «mangia» i nostri ospedali

Un tema ricorrente in questi giorni è il taglio degli ospedali in Puglia. Una cura dimagrante, a quanto pare, dettata dal deficit della Sanità costringendo l'attuale Governatore Michele Emiliano a mettersi in discussione pur di far quadrare i conti. In attesa che Piani (o secondi piani) di riordino sanitario facciano chiarezza, c'è una trave che sta per abbattersi sulle Regioni del Sud. Il tanto discusso decreto Balduzzi (il 70 del 2015), partorito ad aprile di quest'anno dopo circa tre di gestazioni e a quanto pare passato in sordina, in realtà ha già segnato la riduzione dei posti letto, non solo in Puglia ma anche nelle altre regioni del Sud che soffono il male della mobilità passiva. Non serve addentrarsi in articoli e commi delle 34 pagine del provvedimento. La risposta a tutto è nel primo articolo, più in dettaglio al comma 3 lett. b.
Che dice? Cose abbastanza... semplici. La prima: il tetto dei posti letto è fissato nel limite del 3,7 per mille abitanti dopo che la Puglia - con il Piano Vendola - ha fatto una cura da cavallo chiudendo 20 ospedali senza far decollare l'assistenza territoriale prevista dal 1978 e riducendo di gran lunga quel tetto che superava il 4 per mille: la Puglia, ha raggiunto ora il 3,4 per mille e si sta avviando (sic!) al 3,2.
Dov'è l'inghippo? Il decreto Balduzzi, affidandosi a formula matematica, dice chiaramente una cosa: ogni anno, se il saldo della mobilità dei ricoveri (i viaggi della speranza, per intenderci) sarà negativo, ci sarà un taglio proporzionale di posti letto.
Ci spieghiamo meglio. Se il saldo negativo tra fatturato di ricoveri in entrata e in uscita è ad esempio è di 100 milioni (cioè è emigrata per salute più gente di quanta ne è arrivata), somma che in base a un meccanismo di calcolo corrisponde ad esempio a 100 posti lettio a partire dal 2016 il numero dei letti di quella regione sarà proporzionalmente ridotto dell'80 per cento: cioè 80 posti letto. E via via così fino a quando la Regione non riuscirà a evitare l'emorragia di ricoveri.
Ma che fine faranno i posti letto tagliati? Andranno a favore di quelle regioni che hanno avuto un saldo di mobilità ospedaliera. E' tutto scritto, non fa una piega e il bello è che tutto ciò è passato inosservato a chi aveva il dovere di vigilare visto che tale provvedimento è stato valutato dalla Conferenza Stato Regioni.
Ma chi ne beneficia da tutto ciò? Tra queste, c'è una di quelle regioni che da anni fa sentire la sua voce nelle stanze ministeriali (o tavolo Massicci), l'Emilia Romagna: dati alla mano, ha più gente che emigra dalla sua regione per curarsi (dato superiore alla Puglia) ma tuttavia riesce a "compensare" tale gap negativo grazie ai disperati provenienti dalle Regioni del Sud. Proprio per questo meccanismo l'Emilia Romagna potrà conservarsi il numero di posti letto (da sempre superiore a quello del 3,7 per mille), per ovvie ragioni di convenienza, ottenendo anche più fondi dal riparto annuale. Da parte nostra, invece, senza interventi mirati, saremo costretti a ridurre sempre più il numero di letti per curare i nostri cittadini, alimentando così un circuito vizioso che qualcuno ha il dovere di interrompere.
Questa è la verità che coloro oggi seduti nella stanze dei bottoni - quei tecnici scelti per meriti (ci auguriamo) - mettano l'organo politico in condizione di fare le scelte più giuste evitando ancora una volta di mettere il Sud nelle mani del Nord e allargando così il divario che separa due pezzi del Paese.
@nicolapepe

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