Vendola: «Grave errore nuovo decreto»

di BEPI MARTELLOTTA

BARI - «Sarei un disertore rispetto alla mia coscienza se - con tutta la cautela e l’imbarazzo che posso vivere per comprensibili ragioni - smettessi di svolgere la mia funzione di presidente della Regione. Avverto l’esigenza incompribile di lanciare un messaggio al governo e in particolare al Presidente Letta: le ferite di Taranto vanno curate insieme». Nichi Vendola, investito nei giorni scorsi dalla vicenda intercettazioni, non si tira indietro. Anzi, rilancia l’impegno sull’Ilva incalzando il ministro Orlando perché faccia un passo indietro rispetto al quarto decreto salva-Ilva in dirittura d’arrivo.

Perché è contro il nuovo decreto?

Ho qualche preoccupazione e perplessità, ma la esprimo con spirito costruttivo e con stima nei confronti del ministro Orlando. Ormai è sotto gli occhi di tutti che i problemi di Taranto siano il risultato, insieme, del vuoto ultra decennale di interventi centrali e di una interminabile serie di violazioni di leggi e regolamenti. Ora l’idea che si debba produrre, con l’argomento della semplificazione, un nuovo sostanziale aggiramento delle norme non ci può che vedere contrari. Si intravede una sterilizzazione nel nome dell’emergenza del quadro normativo vigente, un provvedimento fatto di deroghe, una sanatoria. Capisco le preoccupazioni di chi sta governando l’Ilva in questo passaggio così complicato, ma attenzione a non generare conflitti, col territorio e con le istituzioni europee.

In che senso?

Parliamo delle discariche e di opere edilizie come il progetto di copertura dei parchi minerari. Se le deroghe dovessero riguardare le autorizzazioni ambientali, le nostre preoccupazioni non riguardano cavilli burocratici, ma la possibile assenza di valutazioni di tipo scientifico sugli impatti ambientali di queste opere, il fatto che non consta una Via sui parchi e finanche il rischio che questa scelta possa portarci ad un’infrazione comunitaria. Se le deroghe dovessero riguardare la parte urbanistica ed edilizia, mi chiedo come si può immaginare che una città che è stata completamente «ridisegnata» e ferita 50 anni orsono dalla precipitazione nel suo territorio della più grande fabbrica di acciaio d’Europa, oggi possa accettare, senza discutere ed essere coinvolta, opere di questa natura che investono svariate decine di ettari. I processi di pianificazione urbanistica sono faticosi, ma sono espressione della democrazia. E una delle cure per la disperazione di Taranto è la partecipazione, non la «legge marziale».

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