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Mercoledì 17 Gennaio 2018 | 00:22

a taranto

Polizza con il «trucco»
condannata una banca

tribunale taranto

Il tribunale di Taranto ha riconosciuto il diritto di un risparmiatore, assistito dagli avvocati dell’Adusbef Antonio Tanza, Vincenzo Laudadio e Serena Camboa, ad ottenere il rimborso delle somme versate per l’acquisto di una Polizza Index Linked, dichiarando risolto per grave inadempimento il contratto sottoscritto tra il consumatore la banca intermediaria e la società emittente il prodotto finanziario.
La vicenda nasce nel lontano 2007 quando il consumatore, volendo collocare in un posto sicuro tutti i propri risparmi, viene indotto dalla banca a sottoscrivere un contratto di assicurazione per l’acquisto di una polizza index linked, pensando (almeno così gli era stato detto) che si trattava di una polizza vita; per la stessa gli venne chiesto un versamento in un'unica soluzione di 100.000 euro. Di lì a poco però la polizza perde valore in ragione di alterne vicende dei mercati finanzari. Il consumatore, a quel punto insospettito, si è rivolto all’Adusbef, scoprendo non solo che non si trattava di una polizza vita ma che aveva acquistato un prodotto finanziario complesso. Di lì pertanto il mandato per l’azione giudiziaria.

Dopo una lunga causa il giudice ha accolto la domanda dei legali Adusbef e dichiarato risolto il contratto, condannando la banca e la società emittente a risarcire il risparmiatore della somma investita al netto degli utili conseguiti negli anni, pari a circa 90.000 euro, su tre distinti presupposti. Il primo che la polizza index linked, spacciata per polizza vita in realtà era uno strumento finanziario complesso rappresentato da una struttura finanziaria composta da un titolo obbligazionario emesso da una terza banca straniera e da un’opzione, uno strumento finanziario derivato emesso da una quarta società; il secondo che il rischio, elemento tipico del contratto assicurativo, non era parte del contratto, né era a carico dell’assicuratore, ma era posto esclusivamente a carico del risparmiatore, così violando principi di trasparenza, buona fede contrattuale e assenza di causa negoziale. I rischi del contratto, infatti, erano tutti finanziari, riconducibili all’andamento del valore di un’obbligazione poi andata in default e di uno strumento finanziario derivato non quotato altamente rischioso; il terzo che emittente ed intermediario, trattandosi di materia finanziaria, sottoposta alle norme del Testo unico finanza, avevano omesso di informare in modo esaustivo, chiaro e completo il cliente del contenuto del contratto, specie alla luce delle dichiarazioni del risparmiatore che aveva manifestato una propensione al rischio ed un obiettivo di redditività (non certo crescita) bassa.

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