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Sabato 18 Novembre 2017 | 18:24

l'evento

Moro, l'uomo del dialogo
formatosi a Taranto

Moro,  l'uomo del dialogoformatosi a Taranto

Mercoledì 8 novembre, nell'aula magna dell'Università in via Duomo (Città vecchia), alle 17, verrà presentato il catalogo della mostra «Taranto città a me cara. Moro e Taranto: dagli anni della giovinezza alle visite istituzionali», mostra allestita per il centenario della nascita dello statista. I saluti saranno portati dal rettore Antonio Felice Uricchio e dall'assessore comunale alla Cultura, Franco Sebastio. Presiederà il prefetto Donato Giovanni Cafagna. Relazionano Maria Alfonzetti (Archivio di Stato) e Paolo Acanfora (Università Roma 3). Interviene Aldo Patruno, direttore del Dipartimento Cultura della Regione. Coordina Michele Durante, dirigente del ministero per i Beni culturali.

MARCELLO COMETTI

La memoria è un filo attorno al quale si tesse la nostra esistenza, è ciò che ci distingue dagli esseri inanimati, è un prodigio chimico che ci consente di essere ciò che siamo e - nello stesso istante - ci ricorda ciò che siamo stati. Sovente essa diventa memoria collettiva: e qui i fili si intrecciano, creano un ordito, uno spessore, un sommovimento dell’anima: la memoria collettiva ci ricorda che non apparteniamo a noi stessi - o non solo a noi stessi - e che insieme a qualcun altro abbiamo fatto parte in un determinato periodo del nostro transito biologico di un disegno più complesso, di uno scenario, di un momento storico, di avvenimenti piccoli e grandi vissuti insieme e per questo diventati racconti congiunti, incroci di esistenze e di esperienze.

Da questo punto di vista, l'avventura terrena di Aldo Moro assurge alla categoria del «memorabile» non solo per lo spessore umano e politico, culturale e ideologico dell'uomo; e non solo per la tragica conclusione della sua vicenda umana (il rapimento-strage di via Fani del 16 marzo 1978, i 55 giorni di detenzione nel covo delle Brigate Rosse, l'omicidio del 9 maggio col ritrovamento in via Caetani nella R4 rossa), ma nel suo insieme per il peso storico di Moro e del «moroteismo», per l'aver rappresentato egli una figura a tutto tondo nella storia e nella politica dell'Italia moderna, una di quelle figure la cui prematura perdita - e la tragicità dell'evento - ha sicuramente influito in tutto lo snodarsi successivo delle vicende nazionali.

Di questa figura memorabile una fetta importante è rappresentata dagli anni trascorsi a Taranto, gli anni della formazione, dalle elementari sino al diploma nel liceo Archita, gli anni delle amicizie più durature e dei primi impegni nell'associazionismo cattolico e nella politica. Ora, a fissare quegli anni con un ricchissimo patrimonio di documenti anche inediti, giunge la stampa per i tipi di Stampasud del ricchissimo catalogo originato dalla mostra «Taranto città a me cara», curata dal comitato per le celebrazioni tarantine del centenario della nascita di Moro.

Il catalogo, con presentazione di Lucia D'Ippolito, direttrice dell'Archivio di Stato, e introduzione di Michele Di Sivo, della direzione generale degli Archivi, scansiona gli anni tarantini di Moro in sette capitoli: Taranto nella giovinezza di Aldo Moro, la famiglia Moro, la formazione scolastica, la formazione religiosa, gli amici, contatti con la città, le visite istituzionali a Taranto. Preziosa e cospicua la dotazione di immagini e documenti, raccolti grazie anche alla collaborazione, fra gli altri, delle famiglie Mazzarino, Fornaciari, Lazzaro, Acquaviva nonchè degli stessi congiunti di Moro.

La famiglia Moro arriva a Taranto nei primi anni Venti del Novecento. Il padre, Renato, ricopriva l'incarico di regio ispettore scolastico. Per esigenze di servizio ebbe vari trasferimenti: Cosenza (dove incontrerà la futura moglie Fida Stinchi), Altamura, Maglie (dove Aldo Moro nacque il 23 settembre 1916), Potenza, Taranto e Bari. Il 15 luglio del 1923 la famiglia Moro giunge a Taranto: papà Renato, sua moglie Fida, i figli Alberto, Aldo, Salvatore e Marina. A Taranto nascerà nel 1925 l'ultimo figlio, Alfredo Carlo.

I Moro vanno ad abitare inizialmente in via Massari 6 e successivamente in via Di Palma 129. A Taranto, peraltro, era già residente dagli anni antecedenti la grande guerra il fratello di Renato Moro, Lucio, apprezzatissimo medico pediatra e fra i fondatori dell'associazione nipiologica nazionale. A ottobre del 1923 il piccolo Aldo viene iscritto alla terza elementare presso il Gruppo Principe Amedeo sezione Mercato (il Mercato coperto), sotto l'insegnamento del maestro Alessandro Caputo. Nel 1926 Moro si iscrive alla prima classe ginnasiale, sezione A, del regio ginnasio liceo Archita. Fra i suoi 40 compagni di classe, alcuni gli resteranno amici carissimi anche negli anni a seguire e durante l'epoca dell'impegno politico nazionale, ad iniziare da Bruno Fornaciari.

Studente modello, il giovane Moro si distingue per il profitto. «Era il migliore - annota il suo amico e poi insegnante di religione Michelangelo Ridola - e si guadagnò sempre le tasse per il suo alto rendimento scolastico».

Un iter scolastico che prosegue su questa falsariga sino all'epilogo della maturità: nel luglio del 1934 Moro sostiene gli esami di diploma riportando una media dei voti superiore agli 8/10. E' ancora Ridola a ricordare: «La sua fu una delle più brillanti medie della scuola. Per raggiungere questi risultati studiava fino a 18 ore al giorno».

Moro tornerà nel suo liceo Archita il 24 maggio del 1967 in occasione di una sua visita a Taranto, mentre il 15 maggio del 1972 riceverà alla Farnesina una delegazione di studenti dell'Archita vincitori di un concorso.

Sprazzi intensi e profondi che illuminano il carattere giovanile di Aldo Moro giungono nitidamente dai ricordi del suo grande amico Mario Bruno Fornaciari, figlio dell'ammiraglio Enzo e di Teresa Santovito. Moro e Fornaciari vivono fianco a fianco dalle elementari sino alla Laurea a Bari in Giurisprudenza. «Moro era fondamentalmente timido e notoriamente schivo - racconta Fornaciari al settiminale “Dialogo” nel 1979 -; mostrava un congenito ermetismo che non era fatto di diffidenza verso il genere umano e che, con pochissimi pur raramente, si dischiudeva persino espansivamente, ma che era sostanziato da un estremo pudore caratteriale». Intervistato nel 1975 da «Oggi Illustrato», Fornaciari annota: «Aldo era un ragazzo fondamentalmente serio, nel senso che affrontava gli impegni di studio con serietà. Ma non era quello che si dice "una secchia": aveva capacità di assimilazione, gli bastava ascoltare una lezione per ricordarla interamente. E a casa più che studiare quanto ci avevano spiegato, leggeva altri testi. Ma a parte questo era un tipo allegro. Se ne usciva con battute di spirito, rifaceva il verso ai professori. Imitava altri personaggi in vista... Era un tipo prudente. Certo dissentiva dal fascismo e con me si confidava. Ma non andava più in là. E poi era generoso. Religiosissimo, tutte le mattine si recava a pregare nella chiesa del Carmine, vicino all'Archita. E tra i compagni c'era sempre qualcuno che lo aspettava in chiesa per chiedergli di aiutarlo in qualche traduzione dal greco o dal latino. Aldo prendeva il testo e lo traduceva al volo, senza bisogno di vocabolario. Era un bel giovane, piaceva alle ragazze sia per il suo aspetto che per la sua intelligenza. E le ragazze piacevano a lui, ma lui teneva alla castità, diceva che non voleva perdersi con amoruncoli e che la sua aspirazione era costruire una famiglia».

Un altro grande amico di Moro fu il giornalista Giovanni Acquaviva, direttore del «Corriere del Giorno» dal 1956 al 1976. Nel suo libro «Un italiano diverso», Acquaviva scrive: «Della permanenza a Taranto di Aldo Moro si può ricordare anche la entusiastica attività svolta per almeno cinque anni nella Gioventù Cattolica, inizialmente nel circolo “San Francesco”, allogato in una saletta del convento di San Pasquale a corso Umberto, tenuto dai frati francescani e frequentato da numerosi giovani studenti, poi divenuti tutti noti professionisti, alti ufficiali e funzionari di primo piano».

Sono gli anni della formazione, quelli tarantini, gli anni fondamentali per plasmare il futuro politico, il Moro uomo del dialogo e dell'ascolto. Che è poi, a ben vedere, la cifra assoluta e inconfondibile dello statista Moro, come giustamente evidenzia Lucia D'Ippolito nella sua presentazione del catalogo: «Moro uomo del dialogo e dell'ascolto perchè in lui vi fu sempre un atteggiamento di ascolto dei punti di vista altrui. Senza l'ascolto e il riconoscimento della diversità dell'altro e delle sue opinioni, non vi può essere dialogo fra le parti».

Un messaggio forte e chiaro, cristallino e stridente nella sua assoluta verità: stridente a maggior ragione oggi, in un tempo in cui la politica è divenuta ring per scontri fratricidi, campo di battaglia dove opposte fazioni guerreggiano fra di loro incuranti del caos circostante e assolutamente ignote alle ragioni e alla comprensione dell'avversario di turno.

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