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Domenica 19 Novembre 2017 | 20:41

La sentenza

Taranto, Cassazione «salva»
Comune da salasso di 200 mln

Il caso dei BOC di Taranto: la Suprema Corte ha disposto un nuovo processo civile di appello. I legali dell'ente: contratto «immorale», approvato senza l'ok al bilancio comunale

Taranto, Cassazione «salva»Comune da salasso da 200 mln

FRANCESCO CASULA
FABIO VENERE

Sarà un nuovo processo civile d’appello a stabilire se il Comune di Taranto dovrà restituire o meno i 198 milioni di euro a Banca Intesa ottenuti nel lontano 2003 con il maxiprestito dei «Boc», i Buoni ordinari comunali. Che portò 250 milioni nelle casse del Municipio Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ieri ha emesso la sentenza con la quale ha confermato la nullità del contratto tra l’ente locale e l’allora Banca Opi (poi assorbito da Banca Biis e infine da Intesa San Paolo), ma ha rinviato a un nuovo processo di secondo grado per decidere su due punti fondamentali: l’immoralità del contratto che permetterebbe al Comune di non restituire i 250 milioni di euro e l’inadempimento del contratto di advisoring che il Comune avrebbe allora affidato a Banca Opi.

Gli ex avvocati del Comune, Angelo Bracciodieta e Ida Maria Dentamaro, avevano sostenuto, in una memoria depositata a gennaio 2016, che il contratto con il quale l’ex Banca Opi aveva concesso il prestito obbligazionario da 250 milioni di euro era «immorale» e quindi l’ente non era tenuto restituirli all’istituto bancario. Per i gli avvocati Bracciodieta e Dentamaro, le precedenti sentenze hanno accertato che il contratto non solo ha violato le norme perché firmato prima che venisse approvato il bilancio di previsione 2004, ma costituì una sorta di «colpo di grazia» che ha solo posticipato la dichiarazione di dissesto. Inoltre avrebbe anche aumentato il debito. Una tesi portata avanti anche dal nuovo avvocato del Comune, Giulio Simeone di Roma. Sul punto, la Suprema Corte ha sostanzialmente affermato di non potersi esprimere sul merito della questione, ma si è tuttavia sbilanciata affermando che seppure l’immoralità sarebbe in capo all’allora dirigente comunale delle Risorse finanziarie Luigi Lubelli, «dominus» dell’operazione Boc, il denaro sarebbe giunto comunque nelle casse del Comune e quindi quest’ultimo ha il diritto di poter chiederne l’immoralità.

Il secondo punto rinviato in appello riguarda la richiesta di risarcimento avanzata dal Comune che accusa la banca di non aver adempito al compito di «advisoring» che le era stato affidato. Per spiegare questo è necessario ripercorrere velocemente la

vicenda.
Tutto comincia il 3 dicembre 2003 quando l’allora Banca Opi, società del Gruppo San Paolo specializzata nei finanziamenti per opere pubbliche e infrastrutture, propose all’allora dirigente comunale Lubelli l’estinzione anticipata dei debiti con Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e il loro rifinanziamento a tassi vantaggiosi. Il 15 dicembre il Comune, guidato allora dal sindaco di centrodestra Rossana Di Bello, accettò e affidò a Banca Opi l’incarico di «advisoring» cioè di «analisi del debito complessivo dell’ente» e «assistenza nella predisposizione degli atti deliberativi necessari per perfezionare le operazioni in prodotti finanziari derivati e per l’eventuale emissioni di obbligazioni».

In soli 20 giorni, Banca Opi stimò un debito complessivo di circa 150 milioni di euro e offrì all’ente la possibilità di sottoscrivere un prestito obbligazionario da 220 milioni che divennero 250. Di questi, 150 servirono a estinguere i debiti con la Cdp e gli altri 100 a finanziare progetti di investimento. In quei giorni, però, il Comune non aveva progetti di investimento e provò malamente a organizzarsi approvandone in una seduta ben 146.

Sette consiglieri denunciano la situazione alla stessa Banca Opi che chiese conferma a Lubelli sull’approvazione del bilancio e questi si limitò a inviare una lettera nella quale sostanzialmente confermò l’operazione. Per i giudici del Tribunale penale, che lo hanno condannato a due anni di reclusione per abuso d’ufficio, fu lui, Lubelli, insieme al funzionario della banca, Antonio Cancellara, il principale responsabile della vicenda per aver stipulato di fatto il contratto prima della delibera del Consiglio comunale e senza l’approvazione del bilancio preventivo del 2004 che contenesse in entrata i 250 milioni di euro del prestito.
Tornando al secondo punto, quindi, il nuovo processo d’appello dovrà stabilire se la banca ha davvero svolto male il suo ruolo di advisoring trasformandosi in una sorta di cattivo consigliere dell’ente locale. Non esiste un vero e proprio atto, ma, secondo quanto ricordato dalla Cassazione, anche le missive tra il dirigente e la Banca possono bastare per considerare il contratto sostanzialmente stipulato.

Ora, quindi, bisognerà aspettare un nuovo processo d’appello, ma le speranze dei tarantini di chiudere definitivamente la partita dissesto senza il colpo di grazia della restituzione dei 198 milioni di euro (ai quali potrebbero aggiungersi anche pesanti interessi) appaiono adesso più forti.

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