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tangentopoli

Patteggiamento e abbreviato
per le mazzette in Marina

Otto richieste nel primo caso, 9 nel secondo. Difficile da scalfire l'inchiesta e col processo ordinario temute condanne alte

Patteggiamento e abbreviato per le mazzette in Marina

di Francesco Casula

Hanno scelto il patteggiamento i principali imputati dell’inchiesta sulla «Tangentopoli» nella Marina Militare.

Sono infatti ben 8 le richieste di applicazione della pena formulate dagli avvocati difensori che hanno chiesto e ottenuto il via libera del sostituto procuratore della Repubblica, Maurizio Carbone, che ha coordinato l’inchiesta condotta dai finanzieri della Sezione tutela dell’economia del Nucleo di Polizia tributaria agli ordini del tenente colonnello Renato Turco.

Le richieste di patteggiamento, le cui pene variano da un minimo di 2 e un massimo di 3 anni di reclusione, sono state depositate dai legali degli imprenditori Vincenzo Pastore, Vitantonio Bruno, Valeriano Agliata, Giovanni Perrone, Pietro Mirimao, Paolo Bisceglia e del maresciallo dei Carabinieri Paolo Cesari. Ha chiesto invece di patteggiare una pena a pochi mesi l’ispettore di Polizia, Fabio Giunta, accusato esclusivamente di rivelazione di segreto d’ufficio. L’entità della pena è stata determinata tenendo conto delle attenuanti garantite dalla collaborazione che gli imputati hanno offerto in fase di indagini preliminari. A queste attenuanti in alcuni casi, se ne sono aggiunte delle altre come per il maresciallo dei Carabinieri, Cesari, è stato anche risarcito il danno.

Sono invece 9 le richieste degli imputati di essere giudicati con il rito abbreviato e tra questi gli imprenditori Vincenzo Calabrese, Gaetano Abbate e Giuseppe Musciacchio che furono arrestati e febbraio e 20 giorni dopo furono rimessi in libertà dal Tribunale del Riesame che annullò l’ordinanza. Ma il processo che prevede lo sconto di un terzo della pena, riguarda anche il tenente di vascello Francesca Mola, i capitani di vascello Gerardo Grisi e Massimo Conversano e soprattutto l’imputato intorno al quale ruota l’intera inchiesta: l’ex direttore di Maricommi, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo. L’uomo, difeso dall’avvocato Luca Balistreri, era stato scelto dallo Stato Maggiore per risistemare la situazione nella base tarantina dopo la prima inchiesta sul sistema del «10 percento» che le imprese versavano agli ufficiali per ottenere la liquidazione delle fattura sugli appalti aggiudicati. Un sistema che, secondo quanto emerso dalle indagini, non solo Di Guardo non aveva debellato ma addirittura rilanciato attraverso un «cerchio magico» di imprenditori vicini a lui anche grazie alla collaborazione della compagna Elena Corina Boicea e del suo faccendiere Marcello Martire (anche loro hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato).

L’udienza del 5 maggio è andata quindi deserta dato che tutti gli imputati hanno evitato il rito ordinario. Gli esiti dell’inchiesta nei confronti di Di Guardo e degli imprenditori arrestati nella prima fase erano chiaramente impossibili da scalfire e al termine di un processo con rito ordinario la pena sarebbe stata particolarmente alta. È stata infine stralciata la posizione di Pio Mantovani, l’imprenditore romano a cui il Tribunale ha modificato le ipotesi di reato.

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