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Venerdì 24 Novembre 2017 | 14:14

Taranto

«No alla fermata dell'Ilva»
istanza respinta dalla Corte

Ilva a Taranto

Lo stabilimento Ilva

di Mimmo Mazza

TARANTO - «Gli impianti dell'Ilva non vanno fermati». Lo ha deciso la corte d'assise di Taranto che ha dichiarato inammissibile la richiesta di revoca della facoltà d'uso dell'area a caldo presentata lo scorso 2 marzo dagli avvocati di una serie di associazioni e di oltre 500 cittadini parti civili nel processo «Ambiente svenduto» chiamato a fare luce sul presunto disastro ambientale provocato dalle emissioni dello stabilimento siderurgico.

Come la Gazzetta è in grado di rivelare, nelle quattro pagine del provvedimento firmato dal presidente della corte Michele Petrangelo e dal giudice relatore Fulvia Misserini, però, non c'è solo e soltanto il ragionamento giuridico che ha portato a dichiarare inammissibile l'istanza ma compaiono spunti che potrebbero essere coltivati sia dalle stesse parti civili che dalla Procura guidata da Carlo Maria Capristo.

Secondo le parti civili, la facoltà d'uso degli impianti dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, nello specifico area Parchi, Cokeria, Agglomerato, area Altiforni, Acciaierie, area Grf Gestione rottami ferrosi, andava revocata perché ci sono state numerosissime violazioni alle prescrizioni di adeguamento alla procedura per ottenere l'Aia, l’aggiornamento della quale è fermo al luglio del 2016. All'istanza erano stati allegati anche dei rilievi di Ispra e l'ulteriore indagine Asl.

Nel documento era stata ricostruita la vicenda: dal sequestro degli impianti, disposto dal gip Patrizia Todisco il 26 luglio del 2012, confermato poi dal Tribunale del riesame e divenuto definitivo per il mancato ricorso in Cassazione da parte della famiglia Riva, all'epoca alla guida dell'acciaieria. In seguito la procura presentò un’istanza al gip di concessione della facoltà d’uso sulla base del decreto legge 207/2012 e chiese di sollevare la questione di legittimità costituzionale per gli articoli 1 e 3 della stessa legge. La Consulta con la sentenza del maggio del 2013 «inquadrò la normativa del decreto legge 207/2012 in un contesto di gravità ed eccezionalità che si è verificato a Taranto» e «individuò due situazioni di emergenza: quella ambientale e quella occupazionale, sottolineando la «temporaneità delle misure adottate tese a scongiurare una grave crisi occupazionale senza, tuttavia, compromettere la salubrità dell’ambiente e la salute delle popolazioni presenti nelle zone limitrofe».

Una ricostruzione fatta propria dalla corte d'Assise che, premettendo di avere a disposizione unicamente il decreto di sequestro firmato dal gip Todisco, da un lato sottolinea che solo la Procura può essere titolare a richiedere la revoca della facoltà d'uso, non essendo le parti civili pur costituite legittimate a chiedere al giudice procedente di modificare un aspetto relativo al sequestro preventivo ancora in atto e dall'altro aggiunge che il solo strumento a disposizione del giudice competente ove fosse nelle condizioni di valutare – perché avanzata da un soggetto legittimato ed in possesso materiale degli atti, sarebbe quello di un incidente costituzionale, ovvero di un nuovo ricorso alla Consulta. E dunque in attesa che il soggetto legittimato (ovvero la Procura) faccia le sue mosse, la corte d'assise ha comunque disposto l'acquisizione di tutto l'incartamento riguardante il sequestro preventivo dell'area a caldo dell'Ilva.

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