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Giovedì 23 Novembre 2017 | 08:45

Aveva chiesto 3 miliardi

Ilva, il comune perde
il risarcimento Riva Fire

francesco casula
Ammonta a oltre 3 miliardi e 300 milioni di euro il maxi risarcimento chiesto dal Comune di Taranto nel procedimento civile scaturito dopo la condanna definitiva del 2005 all’Ilva spa, a Riva Fire spa, al defunto Emilio Riva, 87enne ex patron dello stabilimento siderurgico, e a Luigi Capogrosso, ex direttore della fabbrica. Un conto salato quello presentato dagli avvocati Massimo Moretti e Giuseppe Dimito che, però, ora rischia di finire in un nulla di fatto. Emilio Riva è deceduto e nessuno degli eredi ha accettato la sua eredità che ora è gestita da un curatore. Ilva spa è in amministrazione straordinaria ed è quindi esclusa dalle azioni risarcitorie. E anche Riva Fire, la cassaforte del gruppo Riva divenuta nel frattempo «Produzioni Industriali», dal 5 dicembre è in amministrazione straordinaria e quindi anche il giudizio civile nei suoi confronti è stato interrotto. Chi pagherà allora i danni patiti fino al 2005 dal Comune di Taranto e dai cittadini che hanno agito in sede civile? Nessuno probabilmente. L’accordo tra Governo, Riva, Ilva e Procure di Taranto e Milano salva infatti la fabbrica, garantendo anche liquidità, ma annulla ogni speranza degli enti pubblici e quindi dei cittadini. Perché sulla carta, dopo la decisione del 5 dicembre di avviare l’amministrazione straordinaria di Riva Fire, l’azione risarcitoria può continuare solo contro l’ex direttore Luigi Capogrosso e la curatela dell’eredità giacente di Emilio Riva. Troppo poco, evidentemente, per soddisfare le richieste avanzate in giudizio.
La richiesta di oltre tre miliardi del Comune si basava sulla stima dei danni patiti dall’ente locale per l’inquinamento dovuto alle emissioni nocive del siderurgico accertate dalla Corte di Cassazione in via definitiva nell’ottobre 2005. I consulenti dei legali Moretti e Dimito hanno quantificato in 2 miliardi il danno ambientale, in un miliardo il danno di immagine e nei restanti 300 milioni di euro i danni arrecati a beni mobili e immobili per i quali, direttamente o indirettamente, il Comune ha dovuto sostenere spese. Di questi ultimi, 25 milioni di euro, ad esempio, sarebbero stati chiesti per danni arrecati alle strutture e ai mezzi delle partecipate Amiu e Amat.
L’esclusione di Riva Fire ha il sapore della beffa sul danno. Già, perché pochi giorni prima della condanna definitiva, l’allora sindaco di Taranto, Rossana Di Bello, e l’allora presidente della Provincia, Gianni Florido, accettarono di ritirare la costituzione di parte civile per firmare un protocollo di intesa con i Riva: protocolli d’intesa che i magistrati hanno definito «la più grossolana presa in giro compiuta dai vertici Ilva» perché disattesi e le cui conseguenze sono ricadute su operai e cittadini.

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