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Lo scandalo

Taranto, nuove rivelazioni
sulle tangenti in Marina

Agliata e Bruno rivelano al pm Carbone particolari significativi e vanno ai domiciliari l'inchiesta ad una svolta

Taranto, nuove rivelazioni sulle tangenti in Marina

di Francesco Casula

TARANTO - Sono rivelazioni scottanti quelle rese al pm Maurizio Carbone da alcuni indagati nell’inchiesta sulla tangentopoli nella Marina Militare a Taranto. Talmente esplosive da costringere il magistrato a disporre la secretazione dei verbali di interrogatorio. Nelle scorse settimane alcuni indagati sono comparsi davanti al pubblico ministero Carbone raccontando per ore i retroscena della gestione degli appalti a Maricommi. In particolare, sono state le dichiarazioni rese da Valeriano Agliata e Vitantonio Bruno quelle decisive. Dopo gli interrogatori, infatti, i due, difesi dagli avvocati Nicola Marseglia, Gaetano Vitale e Francesco Tacente, hanno ottenuto il parere favorevole della Procura per il trasferimento agli arresti domiciliari e ieri mattina hanno lasciato entrambi il carcere di Taranto. Sul contenuto, chiaramente, vige il più stretto riserbo, ma è evidente che l’ok del pm Carbone per ottenere i domiciliari è il segno che le informazioni fornite dai due indagati sono state pienamente soddisfacenti e utili, evidentemente, a trovare riscontri e conferme a quanto già scoperto dai finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria durante le indagini. Ma non solo: le confessioni dei due imprenditori probabilmente sono state anche in grado di fornire nuovi spunti investigativi. La scandalo sugli appalti truccati nella forza armata potrebbe quindi giungere presto a un nuovo punto di svolta.

Del resto, i due non sarebbero i soli ad aver chiesto, e ottenuto, un nuovo interrogatorio al pm Carbone. Anche l’ex direttore di Maricommi, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo, il cui arresto diede vita a questa nuova pagina sullo scandalo che ha nuovamente imbarazzato la Marina. Il suo legale, l’avvocato Luca Balistreri, nei prossimi giorni dovrebbe presentare ricorso in Corte di Cassazione per chiedere nuovamente la liberazione del suo assistito dopo il no del gip e del Tribunale del Riesame. Contro Di Guardo, ritenuto il fulcro del «nuovo sistema del 10 per cento», pesano infatti le numerose intercettazione captate dai finanzieri e i riscontri ottenuti con le prime ammissioni nei giorni successivi all’arresto dei soggetti ritenuti parte di una vera e propria associazione a delinquere. Oltre a Di Guardo, Bruno e Agliata, infatti, in carcere sono finiti anche la compagna del militare, Elena Corina Boicea, gli imprenditori Giovanni Perrone, Pietro Mirimao, Paolo Bisceglia, il dipendente civile del ministero della Difesa e faccendiere di Di Guardo, Marcello Martire. Ai domiciliari, invece, era finito il maresciallo dei Carabinieri, Paolo Cesari, con l’accusa di aver fornito informazioni riservate.

Secondo il gip Valeria Ingenito che firmò l’ordinanza di carcerazione, gli indagati attuavano i piani illeciti di spartizione dei soldi pubblici «con avvilente disinvoltura». Dalle intercettazioni era inoltre emerso «il degradante retroscena in cui si muovono ufficiali e dipendenti civili della Marina Militare, insieme con imprenditori locali e non, per accaparrarsi commesse» e dividersi così gli ingenti e illeciti introiti degli appalti «a discapito del buon andamento della pubblica amministrazione».

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