Mercoledì 20 Giugno 2018 | 21:23

Udienza il 25 marzo

Ilva, pm di Milano chiede
il fallimento della Riva Fire
«Richiesta del tutto infondata»

La società di proprietà della famiglia Riva controllava al 90% l’Ilva prima della dichiarazione dello stato di insolvenza e della nomina dei tre commissari straordinari. Il patrimonio netto della holding è sprofondato fino a un valore negativo di quasi 429 milioni

Ilva

L'Ilva

MILANO - La Procura di Milano ha chiesto il fallimento della 'Riva Firè, la società di proprietà della famiglia Riva che controllava al 90% l’Ilva prima della dichiarazione dello stato di insolvenza e della nomina dei tre commissari straordinari, tra cui Piero Gnudi. La richiesta è arrivata dopo che il patrimonio netto della holding è sprofondato fino a un valore negativo di quasi 429 milioni di euro, secondo quanto è emerso dal bilancio 2014 depositato dalla società.

Immediata la reazione all’istanza, che verrà discussa il prossimo 25 marzo e che è stata notificata al liquidatore, un commercialista di Genova dove ora ha sede la società: «E' una richiesta del tutto infondata e priva di elementi oggettivi che la supportino. La società - è stato fatto sapere - è tranquilla e fiduciosa che il Tribunale la respingerà».

Secondo la ricostruzione di Stefano Civardi e Mauro Clerici, i pm titolari delle indagini sul gruppo e che hanno chiesto il fallimento, Riva Fire (Fire è l’acronimo di Finanziaria Industriale Riva Emilio) è stata alimentata dalle varie realtà industriali sottostanti. Tra questa la principale è stata Ilva la quale, grazie a un contratto di servizi e assistenza ha versato alla sua allora controllante circa 40 milioni l’anno. Tale contratto però è stato 'tagliatò ai tempi del commissariamento di Ilva dall’ex commissario Enrico Bondi, il quale ha assunto quei manager di Riva Fire che di fatto svolgevano in Ilva ruoli dirigenziali (su questo capitolo c'è una causa civile in corso a Milano). In altri termini Bondi ha internalizzato in Ilva quelle funzioni aziendali che prima la 'Firè svolgeva per suo conto e dietro un compenso milionario.

A portare i due pm a chiedere il crac di Riva Fire, c'è stata innanzitutto la dichiarazione di insolvenza di Ilva, asset senza il quale la Riva Fire è in sostanza rimasta una 'scatola vuotà, oberata di debiti. A ciò si aggiungono la mancanza di introiti di un’altra sua controllata, la Fire spa, con la sua partecipazione nella 'bad company' vecchia Alitalia, e il trasferimento della parte 'sanà cioè le attività non legate all’Ilva del settore tubi lunghi in pancia alla Riva Forni Elettrici. Tutto questo, per i pm, sarebbe la causa dello stato di sofferenza della ex controllante del colosso siderurgico italiano.

Inoltre, le mosse fatte dalla famiglia per non portare i libri in Tribunale non hanno convinto i due magistrati: da parte di Riva Forni Elettrici è stato promesso di rinviare la riscossione dei crediti per 317 milioni e garantire finanziamenti per 93 milioni mentre la lussemburghese Utia ha assicurato di posticipare il rientro di somme per 19 milioni. Per la Procura si tratta di promesse e non di atti formali. Ora la parola passa ai giudici fallimentari.

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