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Domenica 22 Ottobre 2017 | 14:12

Tarantina in Francia «Mio figlio nato in una Parigi da incubo»

di FRANCESCO CASULA
Tarantina in Francia «Mio figlio nato in una Parigi da incubo»
di FRANCESCO CASULA

«Il tragitto da casa alla clinica è stato surreale». Non c’è cura nella scelta delle parole: hanno vita propria. Lei sembra seguirle come i fatti che, in poche ore, hanno cambiato per sempre la sua vita. Ha 35 anni Federica Gargano ed è nata a Taranto, ma da oltre 10 anni vive e lavora a Parigi. Intorno a lei c’è morte e disperazione, ma dentro di lei la vita freme e ribolle. Quel maledetto venerdì 13 era a casa sua: «Un venerdì normale - racconta ora alla “Gazzetta” -. In compagnia di mia sorella, mi preparavo a una gradevole serata con altre 3 amiche. Una lauta cena e tante chiacchiere, ma niente alcool viste le mie condizioni».
Già, le sue condizioni. Federica aspetta infatti un figlio: secondo i calcoli, il giorno dell’arrivo al mondo di Lorenzo è il 24 novembre.

La sua mente non fa altro che pensare a quel giorno: «Le bon et le mauvais temps... I nostri progetti, le nostre vite» ripete miscelando inconsapevolmente le sue due lingue. «A parte la stanchezza, tutto andava per il meglio. Il momento del dessert comprato alla grande épicerie de Paris ci faceva già salivare nonostante i nostri ventri fossero ben pieni e per quanto mi riguarda rotondo - ammettedo sorridendo -. Poi, però, è iniziato il delirio: prima i lanci delle agenzie di stampa, le notizie su Internet e i servizi televisivi. All’inizio abbiamo sentito di una fucilata in corso nell’undicesimo arrondissement, mio ex quartiere e dove abita una buona parte dei miei amici. Qualche minuto dopo nel decimo arrondissement».

Federica, sua sorella Giorgia e le amiche Cati, Giovanna e Zineb si guardano come riassaporando qualcosa di tristemente noto: «Era uno scenario che aveva qualcosa di ben conosciuto. Charlie Hebdo, Tolosa, pas de doute eravamo ancora di fronte al terrorismo. Ma dove esattamente? In che quartieri? I nostri iPhone come tanti Gps tracciavano gli spostamenti dei malfattori. E poi le chiamate dei nostri cari, che per la maggior parte provenivano da Italia, Marocco e Spagna. Mi ripetevano in continuazione: “Federica mi raccomando stai calma”. Io pensavo che “patato” non volesse fare scherzi e rispettare i programmi».
Sorride, si ferma un attimo e aggiunge: «Sì, l’ho chiamato “patato” per nove mesi e forse continuerò a chiamarlo così».

Federica non era agitata in quei frangenti. Anzi. Era così lucida che provava a ricostruire le strategie dei terroristi: «Erano quelle tipiche di Daesh. Perché non lo chiamo Isis? Perché rifiuto il riferimento a uno Stato dando a questo gruppo una legittimità politica che va oltre l’occupazione territoriale reale». È una del mestiere lei: ha studiato a Scienze diplomatiche internazionali a Forlì e poi si è trasferita a Parigi. Dopo tanti anni di lavoro come responsabile aggiunto dell’analisi del rischio di Air France, ha deciso di rimettersi in gioco e ora lavora per l’Unicef in Congo. Da qualche settimana era tornata a Parigi per riposarsi in vista della fine della gravidanza.
«In quelle ore - rammenta - frenetiche eravamo diventate una piccola agenzia stampa tra le mie mura domestiche. Avevamo rassicurato amici e genitori. Fino a quando Cati riceve una chiamata: «Tu te fous de moi? Tu es sérieux? Ce n'est pas le moment de faire une blague!». Non vuole crederci Cati quando le spiegano che i suoi compagni di corso si trovavano in uno dei caffè colpiti dai terroristi: uno è stato colpito alla testa e un’altra all’anca. «Aleggiava solo questa sensazione di incredulità impotente, mixata con il “Meno male, siamo lontani da questi posti”. Mia madre - continua a raccontare Federica - sembrava un segugio della Cia o dell’Fbi, quasi una reincarnazione degli anni d’oro del Kgb mentre continuava a tartassarmi di telefonate ripetendomi quasi fosse una nenia: «Stai bene? Stai calma! Mi raccomando».

Federica si accarezzava il ventre: «Sentivo dentro di me che mio figlio ed io eravamo una squadra vincente e che sarebbe andato tutto bene. Mi sentivo forte, forte nonostante il contesto». E poi, mentre il presidente François Hollande pronuncia il suo discorso, succede quello che nessuno si aspettava in quegli attimi tragici. La vita si fa sentire. Non rispetta il dolore del momento, ma avanza prepotente a cambiare le carte in tavola per ripristinare il giusto ordine alle cose. «Mio figlio aveva deciso che era il suo momento, che sarebbe stato la soluzione a una situazione triste e desolante. Chissà, forse un giorno diventerà un manager di un qualunque centro di crisi».
Comincia così la corsa in ospedale: la mezzanotte era trascorsa da poco quando l’auto si muove per raggiungere la clinica nelle strade dove si incontravano solo pattuglie della Polizia. «Sentivo una sorta di incoscienza necessaria, un’irresponsabile energia di vita. Dentro di me solo questo contava: la vita a dispetto del caos circostante, vita a dispetto di una morte ingiusta. Una voglia di vita che non lasciava spazio ad altro. Era uno scenario da Far West, ma scolpito nell’architettura haussmaniana. Parigi non sarebbe stata la stessa l’indomani che lo volessimo o meno. Io non sarei stata la stessa. Mio figlio Lorenzo è nato alle 21.09 del 14 novembre dopo quasi 20 ore di travaglio. AI miei occhi è stato come il rinascimento contro l’oscurantismo. È luce, speranza nel futuro, è lotta contro quanti credono che violenza e odio siano le chiavi di lettura del mondo che vorrebbero. Lorenzo è l’unico terrorismo di cui si dovrebbe sentir parlare: quello dell’amore. Lorenzo sarà un cittadino del mondo. È nato a Parigi, certo, ma poi andrà in giro: conoscerà l’Italia e poi la terra del suo papà. Insieme faremo rotta verso Kinshasa, in Congo. Parigi, dunque, non è la destinazione, ma solo il punto di partenza per la conoscenza e scoperta del mondo».

E così, mentre altre vite si spegnevano, la magia della vita sorprende e non lascia scelta. «Se il 13 novembre è stato un giorno difficile da dimenticare, il 14 novembre sarà sempre per me una sorta di monito per ricordare cosa conta davvero nella mia vita. La mia risposta è e sarà in carne ed ossa, magari una piccola smorfietta come quella che mi ha fatto venendo al mondo. Parigi non è più la stessa, ma resta per me casa. Se un giorno dovessi tornare a lavorare qui lo farei senza esitare: un momento buio non può e non deve oscurare una città e un Paese che hanno tanto da offrire. Del resto, questo resta il messaggio che la Francia oggi vuole trasmettere: non ci si deve piegare, né arrendere alla violenza scellerata».

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