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Taranto, reparto Microcitemia «Diamo il sorriso ai piccoli che lottano contro la malattia»

Taranto, reparto Microcitemia «Diamo il sorriso ai piccoli che lottano contro la malattia»
di ALESSANDRA CAVALLARO

TARANTO - «A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni». La scritta ondeggia sul muro del reparto di Microcitemia dell’ospedale Santissima. Annunziata di Taranto. Sembra camminare su uno spartito bianco, a comporre la speranza nei bambini, e sono tanti che varcano quella porta. «Entrano che hanno pochi mesi e poi li vediamo cambiare e diventare grandi». Alessandra è una psicologa di 37 anni che lavora per l’Arciragazzi. Di questa malattia ne conosce il corso, l’evoluzione, ma soprattutto sa bene che chi nasce microcitemico tale resterà.

«Qui - dice - ho scoperto che i bambini a volte sono persino più forti dei genitori, tant’è che spesso ci ritroviamo a dover sostenere le famiglie. Perché se i figli sentono da mamma e papà che tutto si risolve, allora anche per loro tutto si risolverà». Le parole che volano sulla parete del reparto di Microcitemia, guidato da Angelo Peluso, e legato all’Unità operativa di Ematologia dell’ospedale Moscati, sono state scritte proprio dalle volontarie dell’Arciragazzi con un progetto coordinato da Ada Mele. Sono loro che, grazie al contributo di un’azienda locale, hanno dipinto felicità dove la felicità si nasconde. Farfalle, fiori, frasi, colori, bambini che si prendono per mano e che superano la loro guerra personale. Insieme. E ieri mattina, insieme, Asl di Taranto e Arciragazzi hanno voluto il taglio del nastro. L’associazione da oltre 14 anni opera in ospedale nei reparti di Pediatria, Oncoematologia e Microcitemia, e da poco anche in Ortopedia, per aiutare i bambini a superare il trauma dell’ospedalizzazione. Dal 2000 al 2006, grazie alla legge 285, nata proprio per tutelare l’infanzia, l’associazione ha potuto sostenersi con fondi che transitavano dal Comune. Poi il vuoto fino allo scorso anno, quando il progetto è andato di nuovo a bando ed è stato vinto. Ma in questo periodo di vacatio, grazie ad un accordo con l’Asl di Taranto, l’Arciragazzi non ha mai smesso di operare in reparto.

«Ci siamo sostenuti da soli, con le nostre forze. Abbandonare i bambini non era un’opzione da prendere in considerazione» evidenzia Alessandra. Impossibile, ad esempio, abbandonare Martina, oggi 5 anni. «Lei ormai viene qui con gioia - aggiunge - perché sa che il suo tempo da noi è dedicato al gioco». Mentre alza il braccio per permettere all’infermiera di farle una trasfusione, Martina ha già risolto l’impasse nella quale s'incastrano la maggior parte degli adulti, ovvero che la sofferenza non è compatibile con l’allegria, che un’emozione ne escluda un’altra. Che grande bugia.

«Quando entro in reparto - spiega la psicologa 37enne - lascio tutto fuori. Il resto del mondo non esiste». Un bambino che entra in un reparto così duro come Microcitemia capisce subito due cose: che la verità grezza della sua vita sarà l’ombra con la quale imparare a convivere, ma anche che nelle ostilità è sempre possibile trovare un varco, una via d’uscita. Sono bambini che imparano a non fuggire perché non possono. Una lezione amara nel «qui e ora» in cui sono costretti ad accettarla. Una lezione che saprà però renderli migliori e diversi, esempi per chi avrà la fortuna di starci accanto. «La passione che nutro per il mio lavoro di psicologa è per loro - dice Alessandra -. Qui dentro io sono uno strumento al servizio di una causa più grande».

Nella squadra di educatori Arciragazzi Taranto, ci sono anche Maria Franca e Graziana nel reparto di Oncoematologia, Katiuscia, Roberta e Claudia in Pediatria e Ortopedia. Per i bambini loro sono la strada di casa, la serenità quando la malattia tenta di strapparli all’infanzia. «I disegni sul muro sono il modo più diretto che abbiamo per far capire che noi pensiamo a loro, che siamo accanto a loro» dicono. Il dolore resta spesso sulle loro spalle perché è lì che si fermano le lacrime. Anche dopo, quando un bambino non ce la fa, scompare, perché non tutte le battaglie si possono vincere. Ma tutte le battaglie per la vita meritano di essere combattute. Sulla parete del corridoio che conduce alle stanze adibite alle trasfusioni, un’altra frase accarezza la pupilla, questa volta degli adulti. «Non è mai troppo tardi, non si è mai troppo vecchi per mettere le ali».

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