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Giovedì 21 Settembre 2017 | 05:22

L'ANALISI Sul porto non possiamo sprecare un altro anno

L'ANALISI Sul porto non possiamo sprecare un altro anno
di DOMENICO PALMIOTTI

Anche se hanno ruoli diversi, dicono bene e soprattutto approdano alla stessa conclusione Daniela Fumarola, segretario della Cisl di Taranto, e Giancarlo Russo, manager della società Tct, quando osservano che sì, l’accordo dell’altro ieri al ministero per la cassa integrazione per i 539 di Tct è certo importante perchè protegge i lavoratori dal licenziamento, ma non c’è poi molto da esultare perchè è un accordo che, con la cessazione di un’attività, segna comunque una sconfitta. Una sconfitta per la città che, a 14 anni esatti dall’avvio operativo del terminal container (l’inaugurazione avvenne proprio a settembre del 2001), vede per ora svanire, o quantomeno ridimensionarsi, una delle maggiori aspettative di sviluppo e di rilancio economico. Certo, abbiamo chiuso con Tct ma non col porto nel suo complesso.
 

Anche se hanno ruoli diversi, dicono bene e soprattutto approdano alla stessa conclusione Daniela Fumarola, segretario della Cisl di Taranto, e Giancarlo Russo, manager della società Tct, quando osservano che sì, l’accordo dell’altro ieri al ministero per la cassa integrazione per i 539 di Tct è certo importante perchè protegge i lavoratori dal licenziamento, ma non c’è poi molto da esultare perchè è un accordo che, con la cessazione di un’attività, segna comunque una sconfitta. Una sconfitta per la città che, a 14 anni esatti dall’avvio operativo del terminal container (l’inaugurazione avvenne proprio a settembre del 2001), vede per ora svanire, o quantomeno ridimensionarsi, una delle maggiori aspettative di sviluppo e di rilancio economico. Certo, abbiamo chiuso con Tct ma non col porto nel suo complesso. Gli investimenti per ammodernare l’area del terminal si stanno facendo - sia pure in ritardo sulla iniziale tabella di marcia -, per cui ora il vero problema è trovare, al più presto possibile, un nuovo investitore. Un gruppo che riprenda l’attività commerciale e riassuma il personale. In una parola, rifaccia girare un terminal da troppi mesi fermo e fuori dal mercato.

Non c’è molto tempo a disposizione. Un altro anno. Che può sembrare molto e invece non lo è affatto se consideriamo un particolare. Giusto un anno fa, era fine ottobre, con Graziano Delrio a Palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza, sindacati, Authority e Tct si incontravano per concordare un piano di rilancio. Si confidava ancora in una ripresa e invece, secondo alcuni, Tct già allora aveva in mente di sbaraccare tutto. Fatto sta che un anno dopo ci siamo ritrovati con la società messa in liquidazione dai suoi azionisti. Dodici mesi «bruciati» quindi. Adesso non solo non possiamo sprecare un altro anno, ma il cammino è anche più impervio perchè bisogna trovare un nuovo investitore e convincerlo che Taranto costituisce un’opportunità e non un’area da cui fuggire. Per la sua conflittualità, per le sue divisioni e per l’assenza di certezze. Non sarà facile, nè semplice, ecco perchè bisogna cominciare presto a darsi da fare e soprattutto accelerare il passo. Anche perchè è in gioco la fiducia che la città può avere rispetto alla realizzazione di un progetto di ripresa.

Col decreto legge di dicembre il Governo ha lanciato un messaggio importante: ha detto che Taranto non deve essere solo Ilva ma anche valorizzazione del Museo, recupero della Città vecchia, sviluppo del porto. Oggi vediamo che sull’Ilva alcune cose si sono fatte - per esempio, una parte delle risorse è stata sbloccata -, altre si devono fare - il completamento del risanamento ambientale e la costituzione della nuova società -, mentre sul resto non è che ci siano molti segnali. Tanta strada va ancora percorsa. Soluzioni a questioni complesse non si improvvisano, è vero, ma se uno degli elementi di rilancio della città, il porto appunto, dovesse naufragare nel mare dei rinvii e dell’inconcludenza, quale fiducia potrebbero avere i tarantini rispetto alla possibilità di vedere percorsi nuovi e prospettive nuove accanto all’acciaio?

Pensiamo che il Governo e l’Autorità portuale siano consapevoli di questo tant’è che si sono già messi al lavoro. Ma la città ne è egualmente consapevole? Ecco la domanda che occorre porsi. Non tutto, infatti, sta nelle mani di Roma. C’è un pezzo di competenze, di responsabilità e di cose da fare che appartiene anche a Taranto e che mette in gioco le istituzioni e le nostre realtà. E dunque Taranto come vuole assolverlo? Come dimostra che il rilancio della città passa anche dalla capacità endogena di essere non solo propositivi ma, soprattutto, fattivi?

Non è un semplice appello se consideriamo quello che potrebbe accadere presto al Comune. Il sindaco Ezio Stefàno - si veda la «Gazzetta» di ieri - ha annunciato che senza un chiarimento vero nella maggioranza e senza l’individuazione di un percorso condiviso da qui a fine mandato, l’1 ottobre si dimetterà. E tutti andranno a casa. Il sindaco fa bene a scuotere la maggioranza, ma dovrebbe anche sapere che diverse responsabilità gli appartengono. E’ il capo dell’amministrazione e se la barca oggi fa acqua, lo faceva anche prima perchè non da oggi è chiaro che molte cose non vanno.

Basta ricordare che qualche tempo fa il sindaco annunciò un azzeramento della giunta - probabilmente perchè convinto che bisognasse dare un taglio al passato - eppoi non fece assolutamente nulla. Basta ricordare i continui cambi di assessori. O il fatto che ci sono importanti settori dell’amministrazione (vedi l’urbanistica) da mesi privi di un assessore. Eppure nel momento in cui è in piedi un progetto per Taranto da parte del Governo, il Comune dovrebbe essere il primo interlocutore. Una sponda sicura.

Il soggetto che non solo stimola e sollecita il Governo a fare la sua parte, che controlla la corrispondenza tra annunci e realizzazioni effettive, ma che adempie anche a quanto gli viene chiesto. Se invece imbocchiamo la strada che porta allo scioglimento anticipato, se non c’è un’assunzione netta di responsabilità, se non si cambiano approccio e comportamenti, se non si comprende che c’è tanto da fare anche qui (e questo vale pure per gli altri interlocutori), che conseguenze ci saranno per quel progetto per Taranto pure così atteso ed auspicato? Si dirà: a volte meglio chiudere un qualcosa che non funziona che prorogarla inutilmente.

E’ vero, spesso questa ricetta è inevitabile. Ma in questo caso sarebbe una fuga dalle responsabilità in un momento delicato. Un segnale nient’affatto costruttivo. Un lasciare alla supplenza del Governo e di un commissario quello che invece dovrebbe fare Taranto. Proprio quella Taranto che tante volte ha protestato per i decreti legge, gli interventi calati dall’alto, gli «scippi» compiuti a suo danno, rivendicando il diritto di dover decidere per se.

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