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Carabiniere tarantino ucciso in Sicilia ne '46: chiesta medaglia

di MARISTELLA MASSARI
Carabiniere tarantino ucciso in Sicilia ne '46: chiesta medaglia
di MARISTELLA MASSARI

MOTTOLA - Una strage dimenticata, un giovane carabiniere, Giovanni Goffredo, figlio di questa terra, morto in Sicilia nel 1946 per mano di uno dei banditi più temuti e sanguinari. Ma il tempo non cancella il dolore e non sbiadisce la memoria. Nemmeno dopo 70 anni. Soprattutto di fronte ad una giovane vita spezzata troppo presto nell’adempimento del dovere. Una formula statica, spesso abusata che serve a descrivere con freddezza burocratica il dramma di una famiglia che ha perso il proprio caro al servizio dello Stato.

Oggi, a 70 anni di distanza da quella strage in cui per mano di un bandito morirono ben 5 carabinieri, la famiglia di Goffredo chiede che sia squarciato il silenzio su ciò che accadde a Centuripe il 22 marzo del 1946. I parenti del carabiniere vogliono che sia fatta chiarezza sulla strage e, in memoria del loro caro, hanno scritto decine di lettere alle più alte istituzioni dello Stato affinché venga conferito un riconoscimento al carabiniere caduto in servizio.

È il 1946, un marzo freddo e ostile. La guerra è finita da poco. L’Italia è in ginocchio. Ha perso tutto quello che si poteva perdere e ora, a fatica, il Paese si riorganizza per sopravvivere. Goffredo ha quasi 22 anni. Quattro anni prima è partito da Mottola per arruolarsi nei Carabinieri Reali. «Pane sicuro» si diceva a quei tempi, come ora. Tempi difficili con lo spettro della guerra sul futuro di tanti ragazzi e delle loro famiglie. Con un premio di 300 lire per l’arruolamento, Goffredo viene destinato a Messina, nei territori «dichiarati in stato di guerra» come recita il suo ruolo matricolare. A casa riesce a mandare solo poche righe in cui racconta che va tutto bene.

Finito il conflitto, Giovanni Goffredo resta in Sicilia. I Carabinieri hanno un nuovo nemico da cui guardarsi. È il banditismo, fenomeno noto al sud che ben presto, in Sicilia, porterà gli «uomini d’onore» a prendere un nuovo e inquietante nome: la mafia. Goffredo viene destinato a prestare servizio a Centuripe, una manciata di chilometri da Enna, e il suo destino si incrocia con la strada del bandito Giuseppe Dottore, che sulla scia di Salvatore Giuliano, il Robin Hood di Montelepre, ruba e uccide chiunque gli si opponga. In quel freddo giorno di marzo la pattuglia dei carabinieri di cui Goffredo fa parte, scova il bandito Dottore e i suoi in un casolare. I militari si appostano pronti al blitz, ma qualcosa va storto. Vengono colti di sorpresa e trucidati.

Il carabiniere di Mottola, colpito alla testa, sopravvisse per qualche ora. I parenti furono avvisati solo diversi giorni più tardi a esequie già avvenute e invitati a rassegnarsi.
«Non ci siamo mai rassegnati - dice il nipote della vittima, Giuseppe De Crescenzo che più volte ha scritto al presidente della repubblica per ottenere un riconoscimento per lo zio ucciso -, perché Giovanni è caduto al servizio della Patria e per il rispetto della legalità».

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