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Bimbo chiamato «miracolo» Dalla Libia a Taranto in grembo alla sua mamma

Bimbo chiamato «miracolo» Dalla Libia a Taranto in grembo alla sua mamma
di ALESSANDRA CAVALLARO

TARANTO - Miracolo è parola universale, non ha religione, preghiera, non appartiene ad una gabbia di significati. Miracolo ha in sé “il” significato, l’unicità di una pagina, di un racconto. Sul cammino, sulla strada, la vita di chiunque può rompersi nel bene, senza sceglierlo, prevederlo. Accade e basta. Ed è miracolo. Quando è partito dalle coste della Libia, era nella pancia della sua mamma, Joy, un’avventuriera forte. Era ancora un senza nome, perché sono i nomi a scegliere i bambini, ma solo dopo il primo vagito. E’ così è stato anche per lui. Alle 15.40 del 13 agosto, portato dalla pioggia estiva e dalla canicola, è nato “Miracle”, Ighene Miracle, 3 kg e 700 grammi. Per Joy, 30 ore di travaglio.

Mani grandi Miracle, dita sottili. Si cerca nelle braccia della madre, mentre si accovaccia in una terra che non è la sua, ma lo è diventata perché il mondo, quantomeno la parte buona, è ancora luogo dove vagano genitori coraggiosi. Capitani d’imprese salvifiche. Alexander, il papà, e Joy, sono Nigeriani, di quell’Africa che riversa i suoi figli in altri paesi perché non sa difenderli, perché a sua volta non si è difesa. Alexander ha pagato per ben quattro volte il viaggio per la moglie. La traversata, pur saldandola anticipatamente, non è mai certezza finché entrambi i piedi non sono sulla barca. E quindi può capitare, a loro è capitato, che si arrivi ad immaginare, persino a vederla da lontano l’Italia con il biglietto comprato e strappato a metà, ma che il miraggio s’infranga.

Ed infatti, la corsa dei due nigeriani per salire sul quel gommone, sporco e rotto, è diventata salto in affanno. Solo dopo aver pagato per ben quattro volte, un pedaggio salatissimo, Joy 28 anni, s’imbarca. Ma Alexander no, viene fermato con le armi. Vede la madre di suo figlio, incinta di sette mese, allontanarsi. L’Africa ancora lo vuole sulla sua rena. Solo. Partirà dopo qualche settimana e in Italia troverà posto nello Sprar di Caserta. Joy invece arriva a Taranto, e viene ospitata con il pancione nel centro di solidarietà dell’Abfo, associazione benefica Fulvio Occhinegro, dove attualmente ci sono circa 25 profughi tutti provenienti dal Nord Africa. E da qui, dalla sede che la accoglie, che parte la richiesta di ricongiungimento dei due coniugi. Lo vuole Joy, viso paffuto e treccine bionde sopra un mantello di capelli nerissimi. Lo vuole perché ha già la sua nostalgia da piangere: un primo figlio di 4 anni rimasto in Nigeria con i nonni. Lo implora Joy a chi le è accanto, “Portatemi Alexander”.

Lo ha cercato, lo ha trovato con un giro di telefonate, e ora chiede che sia presente il giorno del parto. Il giorno in cui si compirà la sua seconda nascita, un’odissea che ha superato il mare e la paura, la fame e le onde, la cattiveria e il fuoco amico. I volontari presenti in Ospedale a Taranto raccontano una storia che fa venire i brividi. “Nella parte finale del parto Joy si è aiutata con una sorta di canto africano, ha accompagnato l’uscita del bambino intonando dei vocalizzi ad occhi chiusi e muovendo le braccia. Poi ad un certo punto si è fermata. Era l’ultima spinta. Miracle è nato. Ma la prima cosa che ha fatto è stata abbracciare il medico”. Grazie non sarebbe bastato. I miracoli hanno bisogno di gesti, azioni.

Miracle è il terzo bambino, profugo inconsapevole, che nasce nella grande famiglia dell’Abfo. Marvellous e Destiny gli altri due doni all’Italia, a Taranto, arrivati con vento bollente che spira da sud. Meraviglia, Destino e ora anche Miracolo. Parole, non come tante. Nomi di storie che, da una terra ancora e per fortuna, accogliente e umana, possiamo raccontare.

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