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Martedì 24 Ottobre 2017 | 07:53

Tunisino vive su terrazzo «Voglio curarmi per poter lavorare»

di FULVIO COLUCCI
Tunisino vive su terrazzo «Voglio curarmi per poter lavorare»
di FULVIO COLUCCI

TORRICELLA - Nessuna stella illumina il materasso sul quale Saibi giace da due mesi, giorno e notte, lì a un passo dal palazzo del Comune. Dopo lo sfratto, il tunisino di 47 anni, con una gamba malata e trascinata a stento, vive in cima a un terrazzo somigliante a una desolata «terra di nessuno» (in realtà si tratta di un edificio di proprietà comunale). Al mattino, lo avvolge il sudario di un’afa insopportabile; lui prova a strapparlo restando immobile, gli occhi chiusi, il pensiero, chissà, ai due figli piccoli rimasti in Tunisia con la moglie e sua madre. Alla sera, invece, un umido gelido penetra le ossa, tormentandolo. Quando non arriva la pioggia, invece, come alcune notti fa. E dilava, con cieca regola e feroce determinazione, il largo ripiano dove lui giace supino, battendo senza pietà, i muri scrostati e le scritte spray illeggibili da ghetto metropolitano.

Allora l’uomo - considerate, «se questo è un uomo», con la sua sofferenza - si trova zuppo, in un eterno battesimo di dolore. Un amico, Giuseppe, ha portato un telo di plastica sotto il quale cercare protezione: «Ho chiesto al Comune di aprire lo stanzino in cima alle scale del terrazzo per ripararmi dall’acqua, ma non lo hanno fatto» racconta Saibi.

Lo incontriamo il giorno di Ferragosto, insieme all’ambientalista Mimmo Carrieri. Il tunisino lascia impresso in noi il suo sguardo di persona mite e insieme indomabile, abituata a troppi, ingiusti, rifiuti; eppure mai rassegnata perché sa che la dignità ha un prezzo da pagare e lo dice: «Io non chiedo l’elemosina, perché così non sarei più un uomo. Io mi sento male a chiedere qualcosa eppure a Torricella vivo da quattordici anni, mi conoscono in tanti, mi vogliono bene, mi dicono: vai avanti, il Comune dovrà aiutarti a trovare una soluzione».

Soluzione che, però, malgrado gli appelli al sindaco Emidio De Pascale, tarda a giungere. L’uomo ci mostra le sue poche e povere cose; quasi fossero cuori sparpagliati intorno a sé: la branda ricevuta in «dono» da persone di buona volontà; uno zaino e, all’interno, solo una bottiglia di gazzosa per dissetarsi; una maglia con un punto di blu che ricorda certe tele di Paul Klee, il pittore astrattista tedesco rapito dalle azzurrità del paese d’origine di Saibi: Sidi Bou Said. Da lì partì che non aveva ancora vent’anni per venire in Italia a lavorare come muratore. Infine un paio di scarpe da tennis per camminare, quando la gamba sinistra, bruciata dalle ulcere di un’insufficienza vascolare, glielo consente. «Un dottore viene a medicarmi. La ferita me la sono procurata nel 2010 raccogliendo le angurie nei campi».

Il lavoro che non può essere merce, la dignità, l’uomo che non si piega, ribellandosi all’idea di diventare «scarto». Saibi, su quel terrazzo diventato «terra di nessuno », è l’emblema del discorso di papa Francesco sull’«ecologia umana». Un simbolo che brilla, il giorno di Ferragosto: «Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia! Così le persone - sono le parole del pontefice - vengono scartate, come se fossero rifiuti. Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se - conclude papa Francesco - è povera o disabile».

Saibi è stato muratore, bracciante e addetto in una società di pulizie quando già si era ammalato. La sua storia rimanda, esattamente, allo scarto frutto della disabilità e alla ribellione laica contro la scissione delle parole lavoro e dignità: «Non chiedo soldi, chiedo diritti. Ho lavorato trent’anni nel vostro Paese». Lui, allevato nella Tunisia laica e socialista di Habib Bourghiba sbarcò al nord in pieno craxismo, nei «dorati» anni ‘80. Poi fu costretto a lasciare l’edilizia «perché ero troppo “vecchio” ormai e servivano i giovani, non mi assumevano più».
Nei primi anni duemila si spostò definitivamente a Torricella, «dove già venivo a lavorare nei campi d’estate: aratura, potatura, vendemmia, raccolta di frutta. Sono stato anche a Nardò, a Metaponto. Mattina e sera, dove c’era il lavoro io ero lì. Nel 2010 - ricorda ancora - raccoglievo i meloni, quando ho sentito un dolore alla gamba sinistra, da lì è iniziato tutto. Un medico ha detto, questi buchi te li sei fatti col lavoro pesante. Ho sofferto di flebite, mi hanno operato e hanno detto che dovevo rioperarmi. Grazie al Comune, da dicembre dell’anno scorso a giugno ho trovato un posto in una ditta di pulizie. Non più di 300 euro al mese, pulivamo due masserie per una ditta del Comune di Sava. Ci pagavano in ritardo, abbiamo protestato anche davanti alla sede del Comune. Non ho ricevuto lo stipendio di giugno e il proprietario dell’abitazione in cui risiedevo, qui a Torricella, nello stesso mese, mi ha sfrattato. Ho dormito sotto il porticato del Comune e ora sono qui».

Il Corano ricorda: «L’uomo può ottenere qualcosa solo lavorando e dandosi da fare». «Ma io evito di farmi vedere se prego, perché qualcuno mi guarda male e chissà cosa pensa. Guarda - conclude Saibi con la voce incrinata, ma non rotta, dall’emozione - La Mecca è lì, dove sorge il sole». Giuseppe Turco, medico, consigliere regionale, ha incontrato la sera di Ferragosto Saibi.

«Da lunedì (oggi, ndr) un’infermiera dell’ospedale di Manduria si prenderà cura dell’uomo accompagnandolo al nosocomio dove, d’accordo col direttore sanitario, saranno programmate le medicazioni. Ce la può fare a guarire e tornare al lavoro, ma il suo caso va risolto. Io sono pronto a mettere a disposizione la sezione del mio movimento “Emiliano per la Puglia” pur di garantirgli un tetto. Si può pensare, scavalcando le logiche delle “carte bollate” di ospitarlo nel centro Sprar di Monacizzo. Una soluzione - conclude Turco va trovata e in fretta. Non si può lasciare un uomo così». Nessuna stella per Saibi, costretto a vedere il cielo come una minaccia, un incubo, una condanna. Salutandolo, tornano alla mente le parole del poeta tunisino Abu l-Qasim al-Shabbi: «Se un giorno il popolo vorrà vivere/il destino deve assecondarlo/la notte deve dissiparsi/e le catene devono spezzarsi».

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