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Teleperformance in bilico nuova fumata nera a Roma

Teleperformance in bilico nuova fumata nera a Roma
di Giacomo Rizzo

ROMA - Dopo quasi 17 ore di trattativa al ministero del Lavoro, in una riunione presieduta dal sottosegretario Teresa Bellanova terminata l’altra notte, non è stato raggiunto alcun accordo sulle sedi del call center Teleperformance di Taranto e di via di Priscilla a Roma, che l'azienda intende ridimensionare o addirittura chiudere perchè in perdita. Si naviga a vista nello stabilimento di Taranto, che occupa 1700 dipendenti diretti e circa 1000 a progetto e rappresenta la seconda realtà lavorativa nel capoluogo ionico.

La fumata nera coincide con un salto all’indietro perchè si è tornati alla situazione che precedeva l'intesa siglata nel gennaio 2013 e scaduta il 30 giugno scorso. Entro tre mesi Teleperformance dovrà decidere se procedere alla societarizzazione, cioè collocare sul mercato le sedi che non stanno garantendo profitto. Il confronto dovrebbe riprendere già dalla settimana prossima, ma i sindacati temono fortemente per il futuro occupazionale dei lavoratori. «Non siamo arrivati ad un accordo - commenta il segretario della Slc Cgil Andrea Lumino - perché l'azienda chiede misure fuori contratto e non sono disponibili alla contrattazione sindacale. La vertenza non è finita perché noi un accordo lo vogliamo trovare ma senza schiavizzare i lavoratori. Teleperformance sostiene che se non si risolve la situazione governativa con i committenti non rimane in Italia e chiude. L'azienda, secondo noi, pensa a un periodo in cui sottoporre i lavoratori ai contratti di solidarietà per risparmiare e poi utilizzare il “multiperiodale” per chiedere sacrifici agli operatori costringendoli ad accettare il passaggio a 20-24 ore».

Oltre a questo, sostiene il sindacalista, «vuole turni spezzati, l’obbligo a rimanere in postazione se ci sono più chiamate del previsto, macro fasce da 11 ore dove poter collocare il turno con 48 ore di preavviso senza pagare la maggiorazione. Ma se il governo ha annunciato che interverrà sul settore, perché firmare un accordo che “massacra” i lavoratori con il rischio che, tra qualche mese, le condizioni di mercato possano essere diverse? Perché l’azienda non accetta l'ammortizzatore sociale e a 3 mesi dalla scadenza ci si rivede per valutare le condizioni? Un accordo lo si può fare anche dopo, ma non ora in bianco. Abbiamo anche aperto alla discussione di alcune opzioni sostenibili, come la timbratura in postazione o la pianificazione turni con le matrici in modo che comunque il lavoratore abbia la possibilità di organizzarsi la vita oltre le 2 settimane. È l'azienda o il sindacato che non vuole l'accordo?».

C’è amarezza nelle parole del segretario della Slc. «L’azienda non vuole trattare ma vuole imporre solo le sue condizioni fuori dalla legge per far pagare ai lavoratori estremizzando la flessibilità e costringere tutti a 4 ore - dice Lumino -. Condizioni per i lavoratori che inevitabilmente si trasformerebbero in licenziamenti o assenteismo. Il Governo ha mostrato grande responsabilità, l'azienda, invece, i dipendenti».

Quali sono allora gli scenari? «Si chiudono i tempi previsti dalla legge per l'esame congiunto. Entro tre mesi l'azienda dovrà dare seguito, se lo vorrà, alla societarizzazione. Per i lavoratori si torna alle condizioni prima del gennaio 2013. Si riprende livello, conteggio scatti, Tfr e tredicesima: i lavoratori con contratto a 33 ore fanno 4 giorni a 6,5 ore e un giorno a 7 ore; chi lavora 30 ore sarà impiegato 5 giorni a 6 ore». Ai lavoratori Lumino dice che «la storia non è chiusa, ci aspettano giorni “da paura” in cui abbiamo ancora possibilità di riprendere. Un decreto lo vedo difficile ma una soluzione legislativa sul settore potrebbe esserci».

Il sottosegretario Bellanova, a margine della riunione, ha affidato al social network le riflessioni sulla vertenza: «personalmente - ha chiosato - considero irresponsabili tutti quei comportamenti che anziché puntare a trovare una intesa soddisfacente e onorevole per le parti, mirano a drammatizzare ulteriormente la situazione, impedendo nei fatti il raggiungimento di un accordo utile ai lavoratori».

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